di don Gerardo Capaldo
“L’amor che non arriva al sacrificio è come uno stelo che non ha in cima il suo fiore” (P. Ceretti 1823-84). Espressioni di una cultura romantica assegnate come prove d’italiano negli anni lontani dell’adolescenza. Anni in cui è molto difficile comprendere il significato di un amore non narcisistico ma autentico.
Un amore come quello che, nel progetto della salvezza, Gesù riteneva fondamento della rigenerazione di un mondo sconvolto da ambizioni sfrenate, conflitti interminabili, ferite profonde, continui malanni, condizioni di estrema povertà, sofferenze inaudite di vittime innocenti. Avidità insaziabili che ormai inquinano lo stesso pianeta e ne compromettono gli equilibri climatici.
Perché tutto questo? Per molti studiosi questa banalità del male, questa ottusità mentale, tutto questo dolore è un grande mistero. Dobbiamo forse invidiare gli animali domestici o quasi che, sia pure nella loro sola istintività, dimostrano un equilibrio maggiore? Anche se nell’ambito tecnologico l’uomo, dopo la luna, sta ormai per raggiungere i pianeti.
Per migliaia di anni gli eredi di Abramo, di Isacco e di molti grandi profeti erano in attesa di un Messia che, con braccio, potente avrebbe instaurato un regno di giustizia e di pace. Gli stessi discepoli identificavano con Gesù tale Messia, ma non avrebbero mai immaginato che dovesse “soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” (Mt 16,21-27).
Pietro sconvolto non esitò a manifestare tutto il suo sgomento. Ma il Maestro, voltandosi, gli disse: “Lungi da me satana! Tu mi sei di scandalo”. Una condanna di estrema gravità, forse mai rivolta da Gesù a un suo discepolo.
E’ questa la “fede a caro prezzo” teorizzata dal teologo luterano D. Bonoeffer prima di essere ferocemente torturato e impiccato. Un prezzo che oggi potrebbe essere molto inferiore se i credenti di tutto il modo fossero più uniti e meno dispersi.



