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Estate in Irpinia: prigionieri del “concertone”. Ma la cultura per gli enti locali è altra cosa

Chiusi i concertoni, finito l’incanto di una lettura pubblica in villa, spenti i riflettori sulla musica di qualità e non, rimangono archivi chiusi, case della cultura vuote e malandate, teatri chiusi: un quadro avvilente che più che contribuire alla rigenerazione urbana ne acuisce il degrado

Prosegue il dibattito sull’estate in Irpinia tra concerti, eventi effimeri, e bisogno di progettualità che durino per l’intero anno, promosso dal Corriere dell’Irpinia, inaugurato dalla riflessione della scrittrice Emilia Cirillo e proseguito con il contributo di Michele Vespasiano. Pubblichiamo di seguito l’intervento di Giuseppe Moricola, docente di Storia economica all’Orientale ed esponente di Sinistra Italiana.

di Giuseppe Moricola

Bene fa Il Corriere ad aprire una tribuna sulla questione della cultura e del suo rapporto con il territorio. La querelle che si è aperta in città tra vecchi e nuovi amministratori, in realtà, sembra muoversi su convinzioni comuni e una identica, angusta visione dei confini entro cui collocare la discussione. Il confronto è tutto dentro il valore delle manifestazioni estive, sulla loro articolazione, la collocazione fisica, la loro forza di attrazione. Un botta e risposta che finisce per svilire pure qualche originale novità introdotta a tamburo battente dall’attuale amministrazione.

I numeri ballerini delle presenze sembrano l’unico metro per definire vinti e vincitori. Il sensazionalismo l’unica calamita per appuntarsi la medaglia del più bravo. E allora, per non essere soffocati da questo scontro muscolare, privo di prospettiva e contenuti, è forse opportuno richiamare qualche fondamentale del rapporto tra enti locali e cultura e come quest’ultima si colloca nel più generale quadro delle attività amministrative e può qualificarle.

Cominciamo col dire che gli enti locali possono e devono avere un ruolo decisivo nella costruzione di una non effimera economia della cultura. Per essa normalmente si intende la capacità dell’attore pubblico di trasformare il patrimonio, la creatività e le identità territoriali in strumenti di sviluppo collettivo.

Dunque, non il mero finanziamento di eventi, ma una articolata politica di coordinamento di un sistema che coinvolge imprese culturali e creative, scuole, associazioni e comunità. Tale attività ruota intorno a quattro assi fondamentali.

L’accesso alla cultura come diritto, attraverso la qualificazione, il funzionamento ed efficientamento delle strutture atte ad ospitare attività culturali; la creazione delle condizioni più favorevoli alla produzione culturale attraverso bandi, contributi, concessioni di immobili, servizi amministrativi di accompagnamento e consulenza, percorsi di formazione; l’implementazione costante di un sistema integrato tra reti culturali, turismo, artigianato, commercio, tecnologia e formazione; e infine, ma non ultimo, la capacità di programmazione territoriale.

Se messa in questi termini, la discussione che anima il post ferragosto non sfiora neanche il tema dell’economia della cultura. È la stancante riproposizione a parti invertite di uno stesso misero concetto: la cultura come mero fiore all’occhiello, frutto esasperato di espedienti di corto respiro, immancabilmente consegnato ad una visione sprecona, incontrollata e inevitabilmente scivolosa verso una dimensione selettiva-clientelare della spesa pubblica.

Chiusi i concertoni, finito l’incanto di una lettura pubblica in villa, spenti i riflettori sulla musica di qualità e non, rimangono archivi chiusi, case della cultura vuote e malandate, teatri chiusi: un quadro avvilente che più che contribuire alla rigenerazione urbana ne acuisce il degrado.

Un ente locale che lavora seriamente per l’economia della cultura sceglie anche strumenti adatti di confronto, verifica e monitoraggio: un bilancio sociale per la cultura, gli stati generali di settore e una programmazione partecipata.

Sicuramente attività più oscure e faticose per chi le promuove rispetto a passerelle su palchi e giornali per propagandare le manifestazioni del momento. Attenzione! Sparare sulla croce rossa pubblica non può esonerare dal censurare i comportamenti spesso assunti da associazioni culturali e simili, ognuna delle quali sembra possedere il sacro graal della cultura tout-court e quindi naturalmente destinata a rapporti esclusivi e privilegiati nei finanziamenti pubblici (con la pretesa anche di non subire alcun controllo o verifica dei risultati).

La frammentazione/competizione di questo magmatico, diffuso e autoreferenziale segmento della cultura locale finisce per favorire quei comportamenti clientelari che bene non fanno all’economia della cultura e producono solo effimeri vantaggi di sussistenza tanto ai “clientes”, quanto agli stessi erogatori dei fondi.

Eppure c’è stata una stagione in cui sembravano essersi piantati i semi di una visione culturale più ampia e solida. Penso a quanto avviato da Generoso Picone in concerto con un Ente Provincia, allora, senza alcun elefantiaco ed inutile “Sistema Irpinia”, ma con una sistematica capacità di intervento a 360 gradi sul territorio provinciale.

Non è strano, purtroppo, che a partire dal Cinema in Piazza Duomo non ci sia stato nessun rimando a chi per prima ha avviato quelle coinvolgenti esperienze. Eppure, se una piccola lezione possiamo trarre da questo assolato ma partecipato ferragosto è quella di una città complessivamente, spesso epidermicamente, disponibile a confrontarsi con l’offerta culturale ampiamente intesa.

Se non offriamo sponde per riconvertire il sensazionalismo, la moda del momento in un atteggiamento di disponibilità e confronto qualitativo e anche critico, rischiamo davvero di alimentare la frattura tra una città bassa affamata di eventi e una ristretta élite in cerca di percorsi culturali altri per differenziarsi e separarsi ulteriormente dal corpo vivo della società locale.

Chiuso il sipario dei festeggiamenti estivi, allora, si può cominciare a ragionare su come la cultura possa diventare infrastruttura dello sviluppo, produrre un po’ di reddito e occupazione certa e stabile, rafforzare la coesione sociale, le capacità innovative e il senso di appartenenza? Lo spero davvero, se no, vogliamo consegnare le nuove esperienze amministrative all’intramontabile legge del cambiare tutto per non cambiare niente.


In precedenze abbiamo pubblicato due interventi. 

Link:

Pane e concertini, l’estate non può ridursi al calendario delle sagre. Ripartire da cultura, servizi e visione – Corriere dell’Irpinia

L’estate in Irpinia, la scrittrice Emilia Cirillo: garantire la dignità di cittadinanza tutto l’anno – Corriere dell’Irpinia

 

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