– di Mino Mastromarino –
Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, ha denunciato i continui lamenti circa l’ignoranza e la superficialità, unite ad aggressività e, spesso, a volgarità che caratterizzerebbero i nostri tempi e che avrebbero ormai irrimediabilmente infettato la nostra vita pubblica. Spesso – secondo il noto politologo – ci si dimentica di ricordare il ruolo delle élite, di come certe componenti di tali élite contribuiscano a infantilire i nostri dibattiti pubblici e ad amplificare quei difetti di cui ci si lamenta. L’ignoranza delle élite, l’ignoranza che in certi casi esibiscono persone che vengono qualificate come appartenenti alle élite, è probabilmente molto più tossica e causa danni maggiori, anche perché l’interazione fra l’ignoranza dell’élite e quella generata o amplificata dai nuovi modi di comunicazione ha un impatto negativo sulla democrazia, ne infetta i dibattiti pubblici.
Ecco ! Sarebbe interessante estendere il test di ignoranza delle persone colte a tutte le province italiane, quindi anche alla nostra Irpinia.
Naturale cominciare dal ceto politico. Non si tratta – ovviamente – di sindacare la capacità personale e la competenza professionale; bensì di vagliare su base provinciale il tasso di alfabetismo politico-amministrativo della crestomazia politica territoriale, ossia il grado di conoscenza delle più rilevanti questioni sociali e delle soluzioni esperibili in capo ai leader delle formazioni locali.
Da quando l’Irpinia è orfana di De Mita, sono svanite la primazìa e la copertura politico-culturali di cui, dall’Ottocento in poi ( con De Sanctis, Dorso, Sullo – sic!), la nostra terra ha ininterrottamente goduto. All’improvviso, ci siamo scoperti intellettualmente nudi. Perfino impotenti. E forse inconsapevolmente indegni di tanto passato.
Prendiamo il PNRR.
Qualcuno ha pensato bene di vantarsi del fatto che la provincia di Avellino risulta essere la prima in Campania in base alla misura di obiettivi raggiunti pari al 33,9 % , senza ovviamente curarsi di spiegare non solo in cosa consista la percentuale di realizzazione ma soprattutto quali sarebbero i vantaggi reali per la popolazione irpina . La esiziale circostanza che ogni anno migliaia di giovani irpini abbandonino definitivamente il luogo di nascita risulta inghiottita dalla retorica del gerundivo: quella per la quale, con una sbobba di luoghi comuni e di scempiaggini lessicali, i rappresentanti istituzionali, eletti per agire, preferiscono invece indugiare sul cosa fare. In maniera irresponsabile, senza cioè essere chiamati a rispondere della loro inconcludenza.
A tacere della inerte ottusità dei dati statistici, cioè della loro tendenziale insignificanza almeno finchè non siano convertiti in esempi di vita concreta, non abbiamo mai – diciamo mai – ascoltato discorsi di esponenti politici ( autoctoni o nazionali ) sugli ambiti e le strategie di utilizzo di tali fondi e, soprattutto, sui relativi benefici socio-economici, perseguiti e attesi dalla nostra provincia ( sanità, istruzione, mobilità, contrasto allo spopolamento ).
Silenzio ostinato e totale, imbarazzante e imbarazzato. Mai una parola, mai un ragionamento, mai una connessione semantica che vada al di là dell’invereconda scimmiottatura del linguaggio burocratico. E capace di illustrare ai consociati – anche sommariamente – prospettive e modalità di migliori servizi sanitari, di riduzione degli squilibri infraregionali e dei pellegrinaggi della salute nelle regioni settentrionali. Oppure di suscitare, almeno, un simulacro di cambiamento.
Fare rete. Cambiare narrazione. Promuovere il territorio. Valorizzare le risorse. Solo farciture verbali di acronimi acidi e algidi; e penose lallazioni.. Frasi stereotipate che servono a occultare un endemico deficit di conoscenza dei problemi. Come il turismo esperienziale.
Prima si parlava di visione. Da che si è scoperta la indissolubilità tra vedere e conoscere, la parola è scomparsa dal vocabolario politico.
E’ diventata una colpa esigere chiarezza dai politici, che, parafrasando Ortega Y Gasset, altro non sarebbe che la cortesia dovuta agli elettori.
Così, su questo glorioso e generoso giornale, si sta consumando il dramma di un gruppo dirigente in cerca di autore, esemplificativo di ciò che tutte le forze politiche dovrebbero evitare: una discussione pubblica sulla dialettica interna. Il partito egemone della coalizione di centrosinistra, che pure ha vinto l’ultima tornata elettorale, regionale e del capoluogo, pare imprigionato in una contesa vacua, barocca, imperniata sul sesso degli angeli, totalmente estranea all’interesse generale e incomprensibile. E che, al contempo, disorienta i suoi stessi adepti e tradisce gli altri cittadini dai quali ha ricevuto la fiducia per governare le istituzioni ( ben più ampia dell’ orticello partitico). Insomma, un persistente divorzio tra realtà, cognizione ed azione politica, che affligge anche l’altro campo, sia pure con il beneficio di essere minoranza amministrativa.
La civica ingenuità meriterebbe un confronto sulle opportunità di sviluppo promesse dall’Alta Velocità Napoli –Bari, e sulla fortunata posizione baricentrica dell’Irpinia lungo l’asse Est-Ovest, per di più aggettante sul Mediterraneo.
Richiederebbe una elìte politica all’altezza dei tempi, che almeno mostri consapevolezza e che dica qualcosa di pertinente. Ed è proprio sui temi della efficacia ( e dell’eventuale integrazione) del PNRR nonché del realizzando hub della Stazione Hirpinia che può e deve avviarsi una sorta di carotaggio cognitivo della classe dirigente locale.



