Prosegue il dibattito sull’estate in Irpinia tra concerti, eventi effimeri, e bisogno di progettualità che durino per l’intero anno, promosso dal Corriere dell’Irpinia, inaugurato dalla riflessione della scrittrice Emilia Cirillo e proseguito con i contributi dello scrittore Michele Vespasiano, di Giuseppe Moricola, docente di Storia economica all’Orientale ed esponente di Sinistra Italiana e di Mirella Napodano, già dirigente scolastica, scrittrice ed esperta di filosofia dialogica. Pubblichiamo oggi l’intervento di Antonio Dello Iaco di Legambiente Avellino.
di Antonio Dello Iaco
I cartelloni stanno per esaurire tutti gli appuntamenti e l’estate volge al termine anche in Irpinia. Come siamo abituati ormai da qualche anno a questa parte, i social diventano il luogo di confronto in cui i cittadini, a colpi di post e commenti, giudicano l’operato delle varie amministrazioni comunali, sostituendo con tastiere ed emoji quei caffè al bar che un tempo facevano da termometro sull’andamento delle nostre comunità.
Ogni anno ci ritroviamo davanti agli stessi interrogativi: questi eventi a cosa portano? Quanto abbiamo speso? E alle solite esclamazioni: “Asfaltate le strade!”, “Pensate a cose più importanti!”; come se non fosse ancora chiaro che, nella stragrande maggioranza dei casi, i fondi utilizzati sono destinati specificamente a eventi di pubblico spettacolo, e quindi vincolati a quello scopo.
Alla fine, però, tra un post su Facebook di protesta per dei bicchieri lasciati a terra da qualche incivile (fotografato alle sei del mattino, prima del passaggio degli addetti alle pulizie urbane) e una storia su Instagram che immortala il cantante della sera prima, si ritorna alla quotidianità. Le giornate iniziano nuovamente ad accorciarsi e le valigie dei tanti fuori sede a riempirsi, rigorosamente di boccacci, salumi e formaggi locali, provviste per resistere il più possibile prima del prossimo ritorno natalizio (caro trasporti permettendo).
Anche quest’anno non sono mancate le solite, vecchie e sbagliate abitudini: comuni contermini che organizzano eventi lo stesso giorno, iniziative fotocopia a pochi chilometri di distanza. Nonostante da anni si ripeta lo stesso auspicio, nessuno riesce a creare un reale coordinamento degli eventi in provincia di Avellino.
A questo si aggiunge un problema più strutturale, che riguarda i nostri territori. Molti comuni sono incapaci di accogliere un flusso di visitatori pari al potenziale di attrazione di tanti eventi che si svolgono in Irpinia. Basta guardare al numero di posti letto disponibili in diverse zone della provincia per averne conferma. Per non parlare del piano mobilità che, salvo qualche caso di organizzazione meticolosa con navette e parcheggi di interscambio, resta perlopiù un cassetto mai aperto.
Eppure, in Irpinia il potenziale ce l’abbiamo tutto, ma non riusciamo a esprimerlo, attanagliati troppo spesso da uno strozzante campanilismo che ci riduce a fare la “guerra” tra comuni vicini, ognuno convinto di saperci fare meglio dell’altro.
Nemmeno troppo lontano da noi c’è un territorio che, vent’anni fa, era nelle nostre stesse condizioni in termini di infrastrutture e capacità ricettiva…ma ce l’ha fatta: il Salento. Quando visiti questo meraviglioso angolo di Puglia, il nome del piccolo borgo viene surclassato dal brand “Salento”, oggi riconosciuto a livello nazionale, se non internazionale. Questo non vuol dire perdere l’identità unica che anche il più piccolo comune ha, ma cedere un pezzo di visibilità in cambio di una narrazione unica e ben più ampia.
Ricordiamoci che parliamo della Puglia, a pochi chilometri da noi, non di una zona del Nord Europa. Lì non è successo per caso. Una forte volontà politica ha messo insieme comuni, pro loco, operatori turistici e istituzioni attorno a un’identità condivisa. Intere province (a noi basterebbe iniziare dai nostri comuni) hanno smesso di competere e hanno puntato su un unico viaggio, un unico racconto.
L’Irpinia, al contrario, resta un arcipelago di iniziative isolate, ciascuna troppo spesso gelosa del proprio cartellone e refrattaria a immaginarsi parte di un disegno più ampio. La cosa che mi lascia perplesso, a tratti arrabbiato, è che gli ingredienti per un “brand Irpinia” ci sarebbero tutti (e non si tratta di puntare su un assessore pugliese in giunta nel capoluogo, come si è provato a fare qualche anno fa, ndr): un patrimonio enogastronomico di prim’ordine, borghi tra i più belli d’Italia, tradizioni da diffondere e tramandare come il tombolo, i Gigli, i Carnevali, una rete di eventi che, se solo si parlassero tra loro invece di sovrapporsi, potrebbe diventare un calendario capace di trattenere il visitatore per settimane, non per una sera. Manca, forse, la volontà (o la capacità?) politica di rinunciare a un pezzetto di visibilità individuale in cambio di un ritorno collettivo più grande.
Certamente, così non risolveremmo il problema ben più complesso e strutturale dello spopolamento. Per quello non basta creare un brand Irpinia, non basta solo immaginare fusioni tra più comuni per intercettare più fondi, non basta soltanto la Zona Economica Speciale: serve una reale volontà politica di rendere le aree interne del Mezzogiorno un luogo vivibile, dove a giovani come me venga riconosciuto il “diritto a ritornare“.
Sì, perché è giusto andare via, è giusto fare esperienze fuori, ma poi bisogna vedersi riconosciuta non solo la possibilità di restare qui, nei nostri territori, ma anche quella di ritornarci in qualsiasi momento.
Magari con un treno funzionante, con strade che non sembrano scenari di guerra, e in comuni capaci di accogliere tutto l’anno giovani coppie, dando loro la possibilità di vivere in un territorio bello, più incontaminato di tanti altri, e pieno di servizi con la “S” maiuscola: asili nido, trasporti efficienti, un mercato del lavoro dignitoso e ben retribuito, ritrovi estivi per famiglie senza doversi fare un mutuo, luoghi di aggregazione e confronto sani, città sicure e spazi di socialità.
In precedenze abbiamo pubblicato i seguenti interventi.
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