di Floriana Mastandrea
Reduce dal Premio miglior attore di corto al New Jersey Film Awards (luglio 2026) per Gli unicorni volano liberi e dall’AIFF di Ariano Irpino, incontro Gerardo in un bar all’aperto e parliamo a lungo. Ha occhi azzurri inquieti, rivelatori di una profonda sensibilità indagatrice di sé e del senso delle cose. Gli chiedo di raccontarmi della sua vita e tra le prime cose, mi rivela come i complimenti (che pure merita), ancor oggi lo imbarazzino. Mi racconta come nasca (Ariano Irpino) alle 22 e 40 del 24 dicembre 1973, giusto in tempo per evitare di diventare lupo mannaro, nascita che se fosse avvenuta a mezzanotte, avrebbe preoccupato il padre, stando alle narrazioni udite. La madre, Giuseppina, era una donna semplice, forte e intelligente, che lavorava con un’impresa di pulizie, genitrice di altri 5 figli (uno, Luigi, scomparso prematuramente nel 2012), da cui è orgoglioso di aver ereditato dei tratti, come la gente gli conferma. Il padre, Mario, era un noto barbiere e all’occorrenza, guardia giurata. Ero timido, – mi confida Gerardo, non riuscivo a sostenere le interrogazioni a scuola. Studiavo, ma avevo difficoltà a dimostrarlo, temevo il giudizio della gente, così non solo fallivo a scuola, ma per gli scarsi risultati, le prendevo anche dai miei genitori. Subivo una sorta di “bullismo buono”, diverso da quello di oggi. Alle medie, anche nelle recite mi affidavano ruoli marginali, finché capii che così non andava. Volevo essere protagonista, rivelai a mia madre che mi sarebbe tanto piaciuto recitare e raccontare la mia vita e iniziai gradualmente questo percorso…
Hai frequentato qualche scuola di recitazione?
Prima di diplomarmi sono andato a vivere a Torino, dove ho finito gli studi in ragioneria e mi sono mantenuto lavorando, poi ho seguito per 5 anni le lezioni propedeutiche del regista e attore Arturo di Tullio e di sua moglie Monica Faggiani, al Teatro Libero di Milano. A seguire, diversi seminari anche all’estero, un paio dei quali a Gozo (Malta), dove ho recitato nell’Ulisse (2016). Grazie ad Arturo, sono riuscito ad esternare ciò che avevo dentro, soprattutto le paure. Quando gli chiesi perché ogni volta che salivo sul palco mi assalisse il panico, mi rispose che era la mia forza: se non l’avessi provato, non avrei potuto raccontare più nulla.
Recitare è stato dunque catartico… Ancora oggi ho difficoltà ad esprimere il meglio di me e sono alla continua ricerca di perfezionamento e risposte. Lo step definitivo è avvenuto con la mancanza di mia madre, nel 2010. Non è stato un periodo facile, ma mi sono detto che ce la dovevo fare, anche per lei. Mia madre, a cui ero molto legato, è stata la mia forza, c’era tra noi una grande intesa, confidenza, complicità. Quando lei è mancata avevo 37 anni e già diverse esperienze teatrali anche da protagonista, nonché cinematografiche come figurante.
Com’è stato interpretare Franco, affetto da SLA ne: Gli unicorni volano liberi? Calarmi in quel ruolo è stato interiormente devastante. Non conoscevo cosa fosse la SLA (sclerosi laterale amiotrofica), forse perché volutamente ci distogliamo da certi pensieri finché non ci toccano, in qualche modo. Ho avuto mio padre affetto da demenza senile e non è stato semplice assisterlo. Oggi, quando incontro qualcuno con problemi di salute dei genitori, consiglio di avere pazienza e cercare, finché si può, di godersi il più possibile i propri genitori. Enza Lasalandra, regista amica che conosco da molti anni e che da sempre crede in me, proponendomi regolarmente ruoli drammatici (non ho ancora avuto modo di cimentarmi con quelli comici) quando mi ha chiamato, mi ha chiesto se me la sentissi di interpretare Franco, un suo amico morto proprio per la SLA. Dopo essermi domandato a lungo se sarei stato in grado, mi sono informato su diversi siti, ho scoperto l’Associazione Coscioni, ho incontrato la madre di un mio amico affetto da SLA, le ho fatto molte domande e l’ho vista piangere di fronte alle difficoltà che la malattia ha causato alla loro vita. A quel punto, ho detto ad Enza che il film bisognava farlo ad ogni costo e ho imparato il copione in una settimana. Non è stato facile interpretare Franco, un uomo autonomo che temeva di morire soffocato per la tracheotomia e, pur di evitare a moglie e figlia di doversi prendere cura di lui, preferisce l’eutanasia e chiama l’Associazione Coscioni per farsi aiutare. Io non riuscivo a stare fermo sulla carrozzella per più di un’ora e dopo aver girato, ci ho messo una ventina di giorni per uscirne. Chiamavo Enza dicendole che non ce la facevo, Franco mi era totalmente entrato dentro, pensavo alle difficoltà di una vita in quelle condizioni: un paio di volte mi sono svegliato piangendo. Questa interpretazione mi ha reso più cosciente su determinate malattie, aprendomi un mondo che non conoscevo.
Perché a tuo avviso non si fa una legge sull’eutanasia?
Forse perché scomoda? Forse perché un malato, economicamente vale più di un pensionato? La politica dovrebbe trovare il coraggio di affrontare la realtà, dare voce ai deboli (i malati lo sono) e l’arte e il cinema, raccontare le storie vere, che si devono conoscere e devono sensibilizzare tutti. In Veneto è stata appena approvata una legge, così come in Emilia Romagna e ci sono proposte sul fine vita anche in altre regioni, ma serve anche una legge nazionale. Così come serve investire molto di più nella ricerca per trovare le cure adatte sia a prevenire che a curare, queste atroci malattie: spesso però non c’è la volontà politica di farlo, si preferisce investire su tutt’altro.
Che ruolo deve rivestire il cinema nella società?
Il cinema italiano ha grandi registi e attori: io mi ispiro molto ad Elio Germano e Valerio Mastandrea, vengo dalla vecchia scuola. Il cinema un tempo era denuncia, oggi insegue i like. Il suo ruolo dev’essere quello di smuovere le coscienze, trasmettere le verità scomode, stimolare riflessioni e possibilmente, azioni.
Con chi ti piacerebbe lavorare come regista?
Premesso che l’importante è lavorare e che mi trovo bene con Enza Lasalandra, che è la mia mentore (ci conosciamo dal 2014, quando girammo uno spot per Nutella), nonché un’amica con la quale mi confido e a cui chiedo consigli anche quando faccio i provini per film con altri, mi piacerebbe lavorare con Ferzan Ozpetek. Mi ritrovo molto nelle sue storie, in quelle atmosfere malinconiche e intimiste, anche se sono una persona solare. Anzi, ho anche molto i piedi per terra, tanto che sto per prendere l’abilitazione come accompagnatore turistico: anche qui si recita, si intrattiene, si racconta della propria vita, si scoprono storie, si diventa un punto di riferimento e si fa persino divertire la gente. Grazie all’ultimo corto (Gli unicorni volano liberi), la gente mi sta conoscendo molto, anche nella mia stessa terra, ragione per la quale voglio ringraziare i principali fautori dell’AIFF, Annarita Cocca e Daniele Langella, che mi hanno inviato.
Ti dà più soddisfazione la recitazione teatrale o cinematografica?
Il teatro mi mette in rapporto diretto col pubblico, mi fa tremare le gambe e venire le farfalle allo stomaco. Quando mettemmo in scena Il diario di una Lolita al contrario, monologo intermezzato dal jazz, dedicato alla violenza sulle donne, scritto da Monica Carelli, che l’ha vissuta, un mio amico attore venne a vederlo. Due minuti prima di entrare in scena avevo dimenticato tutto, così il mio amico, dandomi una pacca sulla spalla, mi disse: ricordati chi sei e da dove vieni. Feci tesoro del suo consiglio (interpretavo la parte del cattivo), e lo spettacolo di un’ora e mezza andò benissimo. Il mio amico a fine spettacolo mi disse che lo avevo fatto piangere: fu il complimento più bello che potessi ricevere. Far piangere di emozione, essere credibili, è la più grande soddisfazione: ho studiato il metodo Stanislavskij ed entrare nel personaggio, in un mondo sempre più falso, è la cosa più complessa. Sono felice della vita che ho fatto, sulle mie insicurezze continuerò a costruire la mia personalità e spero di riuscire sempre a lasciare qualcosa a qualcuno tramite un mio progetto con Enza o con altri. Arrivare all’anima, lasciare un segno, vale ben più dei like, è qualcosa di molto più profondo: è a quello che miro.
Filmografia e teatro in breve Gerardo Cardinale ha recitato in teatro come protagonista e preso parte a film, documentari, cortometraggi, fiction, spot pubblicitari e programmi televisivi sui principali canali italiani.
2025: Gli Unicorni Volano Liberi (cortometraggio)
2025 La storia di Domenico Menichella (docufilm)
2023: Le Pinne Magiche (cortometraggio)
2023: Malattia d’Amore (cortometraggio)
2023: Un Due Tre Stella (cortometraggio) 2021: Il Rumore del Mare (docufilm)
Molte le performance teatrali, tra cui: Casco dal ridere (2010), Il letto ovale (2011), l’isola degli schiavi (2012), Il borghese gentiluomo (2013), Le voci del mare (2015), Il cuore di Ulisse (2016), tutte con la regia di Arturo di Tullio. Diario di una lolita al contrario e dell’uomo che perse il sonno (2016) vede la regia di Massimo Chionetti; Moby Dick (2016), con la regia di E. M. Falconi e La guerra dei colori (2018), è la sua prima regia. Nel 2019 ha partecipato in Piemonte alla notte di teatro interattivo sulle streghe e gli piacerebbe portarlo anche in altre realtà, tra cui la sua città natìa.


