– di MINO MASTROMARINO –
Già, la cultura. Una di quelle parole associate al rischio costante della vacuità. Ma occorre ora una disamina generale, quindi arbitraria, della produzione culturale irpina.
Il panorama provinciale è desolante.
Prendiamo il cimento lirico che è il più diffuso. Come il resto del Paese, l’Irpinia si caratterizza per la proliferazione incontrollata di versificatori. E per la penuria di poeti. Sebbene scrivere liriche rilevanti sia l’ esercizio intellettuale più arduo, vige la corriva idea che, per la sua buona riuscita, sia sufficiente assecondare l’impulso alla mera descrizione del paesaggio nostrano o, peggio, del proprio stato d’animo. Temi preferiti dalla versificazione, anche e soprattutto di successo: un tramonto mozzafiato, un calanco commovente, un vicolo accattivante, lo sguardo assente di una involontaria solitudine. Indici certi di autoreferenzialità. E di intransitività, nel senso che tutto rimane nella cellula solipsistica dell’autore, in quanto le poesie non sono fotografie, calchi dell’esistente.
Ma la scrittura poetica, per essere tale, non deve mai essere né risultare esplicita.
La delicata penna pedagogica di Anton Cechov denunciò il rischio di banalità allorchè ci si accinga a rappresentare con le parole il paesaggio e i sentimenti: “I luoghi comuni, quali “il sole al tramonto, immergendosi nelle onde del mare che s’andava oscurando, inondava d’oro purpureo, ecc, ecc.”, “le rondini, volando a pelo d’acqua, garrivano allegramente”, simili luoghi comuni debbono essere lasciati da parte. Nella descrizione della natura bisogna attaccarsi ai piccoli particolari e raggrupparli in modo che il lettore, chiudendo gli occhi, veda il quadro davanti a sé. Darai ad esempio l’impressione d’una notte di luna se scriverai che sull’argine del mulino un coccio di bottiglia scintillava come una vivida stella e l’ombra d’un cane o d’un lupo rotolava a mo’ di palla, e via dicendo. La natura appare animata se non sdegni d’usare confronti fra le sue manifestazioni e le azioni umane. … anche nel campo della psiche ci vogliono i particolari. Dio ti guardi dai luoghi comuni. Meglio di tutto, non descrivere lo stato d’animo dei personaggi e fare in modo che scaturisca dalle loro azioni”.
Lo stile e il ritmo, indispensabili a regolare (almeno) la successione dei capoversi, sono cose del passato. Al pari di quello della espansione semantica delle parole che – privilegio del genere poetico – è aperta alla massima possibilità. Si confonde il luogo natìo con l’elemento essenziale della creazione poetica. E’ come se parlare di Irpinia, dei suoi pur meravigliosi paesi, bastasse a conferire ispirazione e impronta lirica ad ogni addizione verbale.
Così, assoggettata la creatività al vincolo campanilistico, si è pensato addirittura di raccogliere poesie, di autori anche molto distanti per dignità estetica, sulla base del solo riferimento tematico al territorio irpino.
Al contrario, la produzione e la circolazione culturali postulano il ricorso al metodo deduttivo. Infatti, è soltanto mediante il confronto artistico con l’universale che può emergere il particolare. Chiunque abbia letto Leopardi o Emily Dickinson sa che il dialogo tra la soggettività e il mondo passa inesorabilmente per l’esilio volontario dal proprio spazio e dal proprio tempo.
La carenza di letture anteriori fa cadere gli aedi locali in una sorta di sindrome dell’ambasciatore. Quella per cui si subisce la coazione a scrivere sempre e comunque della propria terra, in dipendenza di un non meglio precisato onere di rappresentanza.
Da qui anche la poesia di impegno e di denuncia, la cosiddetta poesia civile che non va confusa con quella scomoda, cioè irriguardosa del potere. I cantori dell’Irpinia mostrano quasi sempre un insano anelito all’approvazione e al sostegno della politica. Non rendono un bel servizio né all’Irpinia né alla Poesia.
Purtroppo, la mancanza di voci critiche incoraggia l’asfissia del respiro poetico. Per di più, dalla sovrapposizione tra conoscenza e informazione residua, ineliminabile, la brodaglia digitale: il coacervo di pensieri insulsi, argomenti banali, sensazioni primitive, insulti, e volgarità che stazione in rete, e incombe su chiunque frequenti i social e si illuda – in buona fede – di godere così della scrittura poetica. Le poesie si ascoltano e si leggono sulla pagina di un libro. Scritto con premura.
L’elite provinciale si è spesa anche sul piano della sociologia culturale.
E’ stato addirittura istituito il Sistema Irpinia. Mai sintagma è stato più sfortunato di questo. Tanto solenne quanto infecondo, è ora emarginato nella funzione ancillare di collettore di comunicati di eventi, tra i più disparati: dalla sagra del fagiolo al palio delle contrade, da Carlo Gesualdo a Mario Puzo , alla Metafisica dello Sguardo .
In proposito, vale richiamare l’accorato appello di Nicola Di Iorio (Orticalab del 5 settembre scorso) a che si metta a sistema l’Irpinia mediante il turismo. Infatti, il turismo irpino non è una questione locale. È una componente strategica per l’equilibrio futuro di tutta la Campania.
La provincia di Avellino ha un patrimonio che pochi territori in Italia possono vantare: paesaggi montani e borghi storici, eccellenze vitivinicole ed enogastronomiche, cammini religiosi, beni culturali diffusi, tradizioni popolari, turismo delle radici e una qualità ambientale sempre più ricercata dai viaggiatori contemporanei. Il problema non è la mancanza di attrattori. È la difficoltà di trasformare un patrimonio così diffuso in una destinazione organizzata, riconoscibile e facilmente accessibile, capace di prolungare la permanenza dei visitatori e generare occupazione qualificata e sviluppo territoriale durevole.
L’Irpinia presenta oggi molte delle caratteristiche richieste dalla nuova domanda turistica: autenticità, sostenibilità, dimensione esperienziale, qualità delle relazioni sociali, paesaggi integri e forte identità culturale. Per questo lo sviluppo turistico dell’Irpinia non va interpretato come un’alternativa alle grandi destinazioni campane, ma come un loro naturale completamento.
Sicuramente meglio del solito, prolisso e improbabile manifesto, tale auspicio espone compiutamente la perniciosa retorica delle eccellenze, quella per cui dalla sontuosità dei lemmi non si ricava niente (di utile, magari a emanciparci dall’ attuale e persistente stato di minorità culturale).
L’abuso di astrazione è sorprendente. Però ha il merito di additarci le idee morte, ossia quella stagnazione culturale che Ernesto de Martino chiamava la crisi della presenza e individuava nell’abbraccio con i cadaveri della storia.
Qual è l’Irpinia autentica ? Dove è possibile incontrarvi la qualità delle relazioni sociali? In cosa consiste, di grazia, la forte identità culturale dell’Irpinia ?
La provincia di Avellino ha un patrimonio che pochi territori in Italia possono vantare: vorremmo essere d’accordo ma proprio non riusciamo ad afferrare il nesso tra patrimonio irpino e turismo delle radici.
Quel che sfugge nelle pneumatiche perorazioni di sociologia culturale è che la cultura vive di e si manifesta attraverso i simboli. E l’Irpinia è in permanente deficit simbolico.
Tanto avviene – ad esempio – per la produzione vitivinicola. Si è lamentata una scarsa penetrazione dei vini irpini nei mercati italiani e internazionali: ossia la loro seria difficoltà ad essere apprezzati e collocati come meriterebbero nel canone enologico. Il che sembra una contraddizione rispetto al prestigio tributato all’Irpinia mediante il riconoscimento di ben tre DOCG: Fiano, Greco e Taurasi. Di cui non è qui in discussione la qualità commerciale, bensì la povertà simbolica, espressiva, evocativa: in una parola, culturale. I nostri tre grandi vini non sono ( ancora) rappresentativi di alcun territorio ma solo di sé stessi, nel senso che non sono associati ad alcuna tradizione o riferimento pubblico territoriale di valenza extramercantile. A differenza di quanto avvenuto e avviene ( sicuramente per il concorso di altri e molteplici fattori ) con i vini della Toscana e del Piemonte.
Eppure, basterebbe coltivarne il legame (immateriale) con la storia e il folklore della nostra terra, cospicua riserva non solo culturale ma anche valoriale.

