di Rosa Bianco
Ci sono libri che arrivano nel momento giusto non perché offrano risposte, ma perché hanno il coraggio di dare un nome alle domande che il presente non riesce più a eludere. Kaos, il dialogo filosofico di Massimo Cacciari e Roberto Esposito pubblicato da Il Mulino, appartiene a questa rara categoria. Uscito nella primavera del 2026, il volume si misura con una parola antica per interrogare una condizione modernissima: quella di un mondo nel quale gli equilibri che per decenni hanno organizzato la politica internazionale, la sovranità, l’economia e persino l’idea occidentale di progresso sembrano avere smarrito la propria grammatica.
Ma Kaos non è un libro sul semplice disordine. Ed è proprio qui che comincia la sua parte più interessante.
Il termine viene restituito alla sua matrice greca e soprattutto esiodea: Chaos non è semplicemente confusione, ma l’Aperto, il Vuoto originario, lo spazio indeterminato dal quale possono scaturire nuove forme. Il caos, dunque, non coincide soltanto con la dissoluzione dell’ordine: può esserne anche la condizione genetica. Il Mulino, presentando il volume, insiste proprio su questa ambivalenza: il vuoto non è soltanto ciò che manca, ma anche ciò che rende possibile ciò che ancora non esiste.
È una torsione concettuale decisiva. Perché se il caos fosse soltanto disordine, il compito della politica consisterebbe nel restaurare l’ordine perduto. Se invece il caos è l’apertura originaria, allora il problema diventa molto più radicale: quale ordine nascerà da questo vuoto? E chi avrà la forza di dargli una forma?
È questa la domanda che attraversa i due saggi.
Nel “Mito del globo”, Cacciari conduce il lettore dentro la crisi della forma politica occidentale. Il suo bersaglio non è soltanto la globalizzazione economica, ma l’idea stessa che l’universalizzazione tecnica possa coincidere con una nuova unità del mondo. La Tecnica tende a oltrepassare confini, luoghi e istituzioni; ma la sua straordinaria capacità di connettere non coincide necessariamente con una capacità politica di governare. Può attraversare ogni frontiera, ma non per questo è in grado di fondare un nuovo nomos, una nuova legge dell’abitare comune.
Ed è qui che il libro acquista una sorprendente attualità.
Viviamo immersi in una potenza tecnologica capace di mettere in comunicazione ogni punto del pianeta, di trasformare l’informazione in una materia strategica, di modificare i rapporti economici e militari con una velocità mai conosciuta. E tuttavia, mentre tutto sembra connesso, il mondo appare sempre più diviso. La tecnica tende all’universale; la politica continua invece a muoversi attraverso Stati, territori, confini, interessi, identità.
Questa contraddizione è uno dei nodi profondi di Kaos: la potenza globale non ha prodotto un governo globale.
Anzi, secondo la lettura di Cacciari, proprio l’espansione planetaria della tecnica rende nuovamente visibile il Politico nella sua dimensione conflittuale. Il vecchio sogno di un mondo pacificato dall’omologazione tecnica si incrina davanti al ritorno degli Stati, degli imperi, delle sfere di influenza, delle guerre e delle competizioni geopolitiche.
Roberto Esposito prende questa stessa frattura e la conduce su un altro terreno. Il suo “Geopolitica e metafisica” non considera la geopolitica una semplice tecnica per leggere gli equilibri internazionali, ma un sapere che nasce dalla consapevolezza del carattere irriducibilmente conflittuale del reale.
La geopolitica, in questa prospettiva, non promette un mondo finalmente pacificato. Al contrario, parte dalla consapevolezza tragica che ogni ordine contiene un margine di instabilità, che ogni equilibrio è provvisorio, che sotto ogni costruzione politica permane quella fenditura originaria che il libro chiama Kaos.
Ed è forse proprio questa la dimensione più alta del volume: la geopolitica viene sottratta alla cronaca per essere ricondotta alla filosofia.
Non basta chiedersi chi vincerà una guerra, quale potenza prevarrà, quale alleanza resisterà. Occorre comprendere quale idea di spazio, di sovranità, di potere e di mondo sia contenuta nei conflitti del presente.
Per questo Cacciari ed Esposito non scrivono un manuale di geopolitica. Scrivono, piuttosto, una filosofia del presente.
Il loro è un libro severo, privo di consolazioni facili. Non indulge alla nostalgia per un ordine passato che difficilmente potrebbe essere semplicemente restaurato. E non si abbandona neppure all’ottimismo ingenuo secondo cui ogni trasformazione tecnologica produrrebbe automaticamente maggiore libertà e maggiore progresso.
Al contrario, Kaos ci costringe a sostare sulla soglia.
Da una parte c’è la potenza della Tecnica, con la sua vocazione universale e la sua capacità di modificare radicalmente le condizioni dell’esistenza. Dall’altra resistono gli spazi politici, le sovranità, le identità, i territori. Tra questi due poli si apre una tensione che non può essere risolta con formule semplicistiche.
È significativo che il volume giunga proprio nel cuore della XVIII edizione di “Le Due Culture” di Biogem, dedicata quest’anno a “La scienza, l’umano, l’Occidente”. Il programma di sabato 12 settembre prevede alle 16 la presentazione di Kaos, con Roberto Esposito e Gennaro Carillo, e alle 17 il dialogo tra culture con Marco Demarco.
La collocazione non è casuale.
Dopo aver interrogato nei giorni precedenti il rapporto tra scienza, tecnica, intelligenza artificiale e Occidente, Kaos introduce nel dibattito una domanda ulteriore: chi governa il mondo quando la tecnica diventa globale, ma la politica rimane inevitabilmente legata ai luoghi?
È una domanda che riguarda anche l’Europa, forse soprattutto l’Europa. Un continente che ha prodotto alcune delle categorie fondamentali della modernità politica e che oggi sembra oscillare tra l’ambizione di essere soggetto della storia e il rischio di diventare semplicemente spazio attraversato dalle strategie altrui.
Cacciari ed Esposito non offrono una ricetta europea, né una formula per uscire dal disordine. Ed è un merito, non una lacuna. Perché il compito della filosofia non è necessariamente indicare una soluzione immediata, ma restituire profondità alle parole con cui interpretiamo il presente.
Kaos, allora, non è soltanto il titolo di un libro. È una categoria attraverso la quale guardare il nostro tempo.
E forse la sua intuizione più inquietante è proprio questa: il vuoto non viene dopo la fine di un ordine. È già sotto i nostri piedi.
Da quel vuoto può nascere una nuova forma del mondo. Ma nessuno può sapere quale.
È qui che la filosofia torna a essere necessaria: non per rassicurare, ma per impedire che l’incertezza venga scambiata per destino e che il disordine venga accettato come qualcosa di naturale.
Perché il vero interrogativo di Kaos non è se un nuovo ordine nascerà.
È chi, e secondo quali principi, avrà la forza di dargli form


