“Siamo sicuri di poter controllare i meccanismi di costruzione di una categoria come l’identità?” E’ la provocazione lanciata dal professore Paolo Apolito, tra i massimi antropologi del territorio nazionale, nel corso del confronto, a villa Amendola, dedicato a volume di Pasquale Martucci “Sentieri sospesi”. Memoria della cultura e prospettive territoriali” di Pasquale Martucci, inserito nell’ambito della rassegna “Avellino letteraria”.
“Sappiamo che l’identità non esiste – ha spiegato Apolito – non ha una sua oggettività, è un valore, un concetto a cui noi attribuiamo un significato. L’identità si apre all’intreccio, al confronto ma chi ha il potere di influire sulle masse, la politica e i media, continua a veicolare una diversa idea di identità e di identità si può morire, come dimostrano guerre come quella scoppiata nell’ex Jusgoslavia. Basti pensare ai discorsi che ascoltiamo in questi giorni in cui l’enfasi è posta sulla sicurezza, sui maranza, sull’islamofobia, discorsi che trovano le loro fondamenta nel concetto di identità e che finiscono con l’attecchire ancora di più in una società sempre più impoverita, nelle periferie segnate da povertà e disoccupazione. Poichè parlare di identità significa anche escludere, alzare mura, costruire un’alterità, è una categoria che può portare all’autodistruzione”. Ricorda come “la proposta che lancia Martucci per restituire un futuro alle aree interne è quella di considerare la cultura non come un lusso ma come la strada maestra, trasformando la struttura economica di un paese da sempre fondata sull’industria. Oggi sembra un’utopia ma se non si sogna non ci sarà mai un’inversione di tendenza. Qualche speranza arriva proprio da giovani che scendono in strada in questi giorni e provano a bussare alle porte del potere”. Dal rapporto tra cultura e memoria a concetti come contemplazione “quella sospensione di cui oggi abbiamo bisogno” e creatività come possibilità di trasformazione fino all’idea di risonanza “che richiama l’idea di ritmo, poichè la condivisione è fatta di ritmi, di una consonanza con l’altro e con l’ambiente”.
A sottolineare la capacità dell’autore di raccontare il nostro tempo la giornalista Floriana Guerriero che pone l’accento sull’attenzione rivolta ai territori marginali, agli strumenti attraverso i quali è possibile restituire un futuro a questi luoghi, a partire dalla valorizzazione del capitale umano, della biodiversità naturale e culturale che li caratterizza, della loro storia fatta di maestri e tradizione. Di qui l’enfasi su destagionalizzazione di un turismo sia esperienziale ed esistenziale, sulla digitalizzazione dei piccoli comuni, su una diversa narrazione dei luoghi che restituisca un senso nuovo all’abitare. “Martucci – spiega Guerriero – ci ricorda che è fondamentale partire dal basso, attraverso il coraggio e l’intraprendenza di chi conosce il territorio, costruendo una rete che unisca soggetti istituzionali, associazionismo e imprenditoria, sfera economica e progettuale. E’ importante che il territorio riacquisisca una risonanza culturale a partire dalla riattivazione della memoria collettiva e del riconoscimento del genius loci. La sfida è, dunque, riprogettare la vita sociale e partecipativa ma a partire da un progetto democratico, un impegno civile ed etico che guardi al bene comune, agli interessi della collettività e non a finalità puramente economiche”. “Il libro – sottolinea lo studioso Massimo Montanile – si muove dentro uno spazio “sospeso” tra passato e futuro, tra radici e cambiamento, tra permanenza e trasformazione. Il territorio non è pensato come realtà ferma o puramente geografica, ma come luogo vivo, materiale e immateriale, attraversato da dinamiche culturali, relazionali e simboliche. Il richiamo a Holzwege di Heidegger nel titolo è particolarmente suggestivo ma ci ricorda che qui non siamo davanti a sentieri chiusi o semplicemente interrotti: i “sentieri sospesi” di Martucci sono percorsi aperti, che non si esauriscono in una conclusione definitiva, ma lasciano al lettore una responsabilità di prosecuzione, di ricerca, di interpretazione”.
E sulle sfide legate al ruolo delle nuove tecnologie nella rinascita dei territori marginali e nella società di oggi, Montanile chiarisce come “Il libro insiste sul fatto che il mondo contemporaneo è intreccio di dimensioni materiali e immateriali. E allora dobbiamo dirlo chiaramente: il virtuale è reale. Gli attacchi informatici, il cyberbullismo, la manipolazione delle informazioni producono effetti concreti. Il cyberspazio è ormai considerato la quinta dimensione del conflitto. E questo non è un concetto teorico. Nel 2017, con l’attacco WannaCry, ospedali e servizi pubblici in oltre 150 paesi si sono fermati. Il sistema sanitario inglese è stato paralizzato. Non è stato colpito un luogo fisico. Ma un’infrastruttura digitale. Eppure, gli effetti sono stati reali. Ma se cambia il territorio, cambia anche l’identità. Martucci parla di identità collettiva. Ma oggi l’identità è sempre più: fluida, contaminata, reticolare Non esiste identità chiusa. Esiste incontro. E oggi questo incontro avviene nella rete. E dentro questa rete emerge un altro tema forte. Derrick de Kerckhove parlava di intelligenza connettiva. Siamo nodi. Ma Martucci osserva con grande lucidità che la connettività funziona, ma non sempre in modo responsabile. Perché spesso non utilizza il significato, ma il riconoscimento dei modelli. E qui il confine tra umano e macchina si fa sempre più sottile. E allora arriviamo a un punto cruciale. Martucci scrive che la macchina deve essere strumento operativo e non decisionale”. Centrale il passaggio dal passato al futuro, come spiega lo stesso Martucci, “Lungo i sentieri dell’incertezza, di fronte alle contraddizioni di cui sono portatori i media e le nuove tecnologia, il porto sicuro è rappresentato dall’ancoraggio al territorio e alla memoria. Percorrere i sentieri sospesi significa preoccuparsi della custodia del territorio, della salvaguardia dell’uomo e dell’ambiente. Ma è chiaro che la sfida è quella riattualizzare le tradizioni e superare l’idea dell’identità come categoria fissa, nel segno di uno spazio continuamento ridefinito dai gruppi sociali. E’ possibile ripartire dal nesso cultura, creatività ed economia perchè i territori riscoprano le proprie potenzialità attraverso nuove reti, progettualità e occasioni di crescita”
A portare il proprio contributo alla riflessione la prof.ssa Milena Montanile “Non è senza significato che Martucci fondi la sua ricerca sul forte connubio tra cultura e territorio. E Cultura e territorio vuol dire soprattutto promuovere e valorizzare i luoghi delle nostre radici, i luoghi della memoria come momenti fondanti di quello che egli stesso ha felicemente definito il Genius loci, ovverossia “lo spirito, l’anima, l’atmosfera che si respira, ma anche i colori, gli odori, i suoni, il linguaggio della popolazione, il silenzio” ”. Sono questi i luoghi dell’anima che testimoniano l’enorme patrimonio di saperi e di valori ereditati dalla tradizione e che noi abbiamo il dovere di difendere contro lo sgretolamento dei valori in atto nella società contemporanea, travolta dal delirio dell’esasperato individualismo, dell’odio, dell’intolleranza, alimentati da un vuoto culturale e da una miseria spirituale dilagante.
La soluzione proposta da Martucci è quella di un giusto compromesso tra valorizzazione della tradizione e apertura verso il nuovo. E per raggiungere questo scopo l’autore, adottando il termine heideggeriano di Sentieri, indica quattro fondamentali percorsi, in questo caso non interrotti, ma “sospesi”, e cioè aperti al divenire: nei Sentieri della cultura esplorati, Martucci, da sociologo esperto, parte da un’idea inclusiva di cultura nella quale determinante è sicuramente il contesto sociale, ma anche tutta la complessa rete di simboli, miti e immagini che riguardano la vita pratica e quella immaginaria, e non a caso si ferma a lungo sul concetto di identità, di relazione, di risonanza che sono alla base di una cultura identitaria collettiva che guarda al passato ma si proietta al futuro”.
Un confronto, coordinato da Daniela Apuzza, e introdotto da Annamaria Picillo che ha ribadito come l’obiettivo di Avellino letteraria sia anche quello di affrontare problematiche sociali e promuovere un dialogo sul territorio. A portare i propri saluti Nicola Spano, Console provinciale dei Maestri del Lavoro di Avellino, Clementina Picillo, vice Console provinciale e membro della Commissione nazionale Realtà Femminile che hanno illustrato l’obiettivo che guida i Maestri del Lavoro, promuovere una cultura della responsabilità, dell’etica e del volontariato con una grande attenzione alla realtà femminile. A concludere l’incontro gli interventi di Giuseppe Silvestri, presidente provinciale Unpli che ha posto l’accento sul valore di cui si caricano le tradizioni sul territorio, che non devono essere mummificate né tradite e Edgardo Pesiri dell’associazione Carlo Gesualdo che ha ribadito l’importanza di ripartire dai valori dell’etica nella vita di ogni giorno,
Un incontro, capace di fondere emozioni e spazio di riflessione, impreziosito dall’intermezzo musicale di Salvatore Santaniello al sassofono e Patrizia Girardi alla chitarra.


