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I fatti di Macerata: la parola che uccide 

I drammatici fatti di Macerata chiamano in causa il tema della parola, a cominciare dalla parola non detta: terrorismo. Che cos’è, infatti, un’azione volta a provocare una strage per un movente politico se non un atto di terrorismo? Perché, in una campagna elettorale rovente in cui gli attori politici si scagliano contro l’un l’altro accuse infamanti, nessuno ha avuto la limpidità di usare la parola terrorismo per descrivere quello che è stato fatto ed inquadrarlo nel contesto politico che ha armato la mano dell’energumeno che ha impugnato la pistola prendendo a bersaglio tutte le persone di colore che incontrava lungo la sua strada?

Perché tanta reticenza a denunciare la natura politica del gesto del candidato (alle elezioni comunali) leghista che ha sparato? Persino il Ministro dell’Interno che per ruolo istituzionale dovrebbe preoccuparsi non poco del terrorismo, ha banalizzato l’episodio assicurando che nessuno può farsi giustizia da sé. E’ veramente curioso che di fronte ad una strage guidata dall’odio razziale si tiri fuori il concetto del farsi giustizia da se. Ed è altrettanto curioso che il segretario di un partito che si definisce antifascista, Matteo Renzi, dica che non bisogna “strumentalizzare” il linciaggio di Macerata. Ma strumentalizzarlo consiste precisamente nel rifiutarsi di chiamarlo col suo nome, cioè nel rifiutarsi di dire una parola chiara sulla cultura politica nazi-fascista che ha guidato le azioni dell’attentatore, per la preoccupazione strumentale di perdere qualche voto fra un mese. Ha osservato Lucia Annunziata: “A Macerata un limite è stato attraversato, una barriera è stata rotta. Dagli slogan violenti è stata generata vera violenza. Una affermazione banale, eppure sempre negata, dalla leggerezza e dalla irresponsabilità di un dibattito politico che detesta e disprezza come buonismo gli inviti al rispetto, che boccia come evirato ogni tentativo di ragionare invece che inveire, una cultura tornata in voga perché usa le parole come sostituto delle pallottole – per ferire l’anima, per sminuire la dignità altrui, e per soddisfare ego sminuiti gonfiandoli di finta superiorità.”

In effetti è proprio questo il segnale che viene da Macerata e che una politica cieca non vuole vedere. Quando la politica parla un linguaggio violento in cui c’è la discriminazione, il disprezzo per i diritti degli altri e per ogni tipo di diversità, quando taluni gruppi sociali vengono additati come causa dei nostri mali ed indicati come capro espiatorio di un malessere diffuso, queste parole producono risentimenti, generano odio, preparano il terreno per sviluppi violenti. Macerata dimostra che è stata superata la sottile linea rossa che separa i pensieri e le parole violente dai fatti, dimostra che le parole di odio, oggetto di una intensa seminazione da politici miserabili, stanno generando i loro frutti immondi. Ed è estremamente preoccupante il fatto che il linciaggio di Macerata ed il suo autore abbiano ricevuto diffuse e pubbliche manifestazioni di apprezzamento, che in Italia non ci sono mai state per gli atti vili di terrorismo compiuti dalla Brigate rosse. In una democrazia la libertà di parola nel dibattito politico non rende tutte le parole uguali e legittime. La Convenzione contro il genocidio proibisce le parole che costituiscano incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale punisce chiunque istiga a commettere violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Tuttavia il problema non sono le manette, ci penseranno i giudici a perseguire quelli che mettono in scena la testa tagliata della Boldrini o espongono striscioni di solidarietà a Luca Traini. Il problema è la politica che si rifiuta di espungere dal suo agone le parole corrotte che corrompono l’animo umano. Ci sono delle parole che guariscono, quelle che parlano di libertà, pace giustizia, rispetto dei diritti e della dignità delle persone, e ci sono delle parole che ci fanno ammalare, che seminano rancore e organizzano la paura mettendo uomo contro uomo in uno spregiudicato gioco per il potere. Macerata ci dice che è giunto il tempo di liberarci delle parole corrotte. Se non ora quando?

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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