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Avellino e la sfida per il riscatto 

Nell’attuale clima di bagarre post voto, abbandonata la speranza che la lezione dovesse rivelarsi come un severo ammonimento per abbandonare interessi personali e deliri di onnipotenza, avverto la necessità di parafrasare Vasco Rossi, noi siamo ancora qui. Siamo ancora qui con le nostre speranze, i nostri progetti dimenticati nel cassetto dei potenti irresponsabili, con le nostre quotidiane fatiche, con la nostra voglia di promuovere l’auspicata partecipazione, attiva e responsabile per il cambiamento. Siamo ancora qui con rinnovato impegno, con la voglia rinvigorita di costruire le comunità in cui viviamo.

Finalmente nelle parole di alcuni dirigenti politici sconfitti dalle ultime elezioni politiche ricompare il termine “comunità”. Probabilmente è nella loro sofferenza del momento presente che rinasce l’umiltà di guardarsi attorno per riscoprire bisogni, istanze e le altrui sofferenze. Umiltà non significa buonismo, ma significa partire dalle piccole cose, per esempio dalla irresponsabilità dei proprietari dei cani che depositano le loro feci in corrispondenza delle colonne elettroniche per il pagamento del ticket per il parcheggio, degli automobilisti che non rispettano le strisce pedonali, dalle bottiglie vuote abbandonate negli spazi pubblici, dall’accattonaggio di immigrati davanti ai supermercati: tutti segnali di inciviltà e non cura, da parte di chi ha competenze specifiche, dimenticando che il connettivo comunitario assume consistenza partendo proprio dagli elementi costitutivi più semplici.

Il discorso diventa più impegnativo in ordine ai pronunciamenti della vigilia per le prossime amministrative. L’aspetto più amorale è che le prime avances vengono manifestate proprio da quelli che hanno dimostrato la mancanza assoluta di responsabilità nell’esercizio del loro attuale compito di rappresentanza, con qualche rarissima eccezione che, proprio in quanto tale, non emerge all’interno dell’attuale e indecente mercato preelettorale.

A fronte di questi scenari non è il momento di demordere, ma è più che mai necessario ed urgente che il mondo dei cosiddetti «indignati» si mobiliti e non si rintani nel proprio “fare” e nelle proprie sedi relazionali, per uscire, per incontrare territori e comunità. Per chi crede nel messaggio cristiano, e non siamo pochi, è il momento di recuperare il monito di Papa Francesco dello scorso ottobre a Cesena: « La piazza è un luogo emblematico, dove le aspirazioni dei singoli si confrontano con le esigenze, le aspettative e i sogni dell’intera cittadinanza; dove i gruppi particolari prendono coscienza che i loro desideri vanno armonizzati con quelli della collettività. Io direi – permettetemi l’immagine – : in questa piazza si “impasta il bene” comune di tutti, qui si lavora per il bene comune di tutti». Anche noi di Avellino abbiamo una magnifica piazza, quella della Libertà, che interpella tutti affinché diventi la nuova Agorà, alla luce del sole, con la trasparenza tipica delle persone che non tramano contro il prossimo, non programmano reti per rendere impossibile il cammino dei costruttori credibili del tanto invocato bene comune. Dal canto loro i partiti, se non vogliono abbandonare la via del suicidio totale, con il residuo potere di rappresentanza che ancora detengono, si rinnovino sbarrando le bramosie dei soliti politicanti da strapazzo e creino spazi a persone attive, capaci e responsabili, mai impegnate direttamente nelle vecchie e deludenti «bande» di potere. La nostra voglia di cittadini «indignati » è voglia di uguaglianza, di bellezza, di gratuità, di impegno capace di contagiare tutti, ma questo è possibile solo con l’autentico incontro con l’altro, per progettare un fecondo cammino di rinnovamento, per costruire una vera comunità di persone con i loro valori, le loro competenze e le loro speranze.

di Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud

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