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La rivista Cinemoi alla ribalta a Venezia, premiata come esempio di innovazione editoriale

Un riconoscimento di prestigio alla rivista CineMoi, salita alla ribalta al Festival del Cinema di Venezia. Alla Casa della Critica del Lido, la rivista di cultura cinematografica, made in Irpinia ha ricevuto il Critica Choice Award 2026, il Premio per l’innovazione editoriale e la straordinaria intuizione cinematografica, intitolato ad Eliana, Gregorio Napoli e Paolo Micalizzi. A ritirarlo, con emozione e orgoglio, la direttrice editoriale Michela Mancusi.
Un premio che conferma la forza di Cinemoi, diventato un laboratorio capace di generare nuovi incontri, idee, progetti, nuove relazioni, nuove storie da raccontare. Un numero, tutto al femminile, da Brigitte Bardot a Claudia Cardinale, per ribadire che “il cinema – scrive Mancusi – è donna non per suggestione romantica, nè per nostalgia identitaria. E’ una presa di coscienza; quando più donne camminano insieme, incrociano sguardi, allineano pensieri, condividono desideri e responsabilità, generano una forza trasformativa. Non un potere sugli altri ma una potenza in sè stesse: la capacità di riscrivere i confini imposti, ruoli e compiti assegnati”. Una sfida, quella lanciata da Mancusi, con l’obiettivo di smuovere qualcosa di profondo per “riappropriarsi di ciò che conta davvero, la complessità, la fragilità condivisa, il diritto a uno sguardo non addomesticato, a un cinema in entrata e non solo in uscita”. Lo sottolinea Antonella Mancusi che attraverso figure come Pippi Calzalunghe, Emmanuel levinas e Judith Butler evidenzia come attraverso la rappresentazione del sè emerga la “potenza in sè stessi, riscrittura di sè e delle norme che lo costituiscono”. Punto di partenza la Queer Theory di Butler, a partire dall’idea che la sofferenza non legittima la vendetta come vorrebbe insegnarci l’attuale scenario internazionale, distinguendo tra violenza legittima e illegittima nel segno di una concezione universale dei diritti umani per ricordarci, come spiega Levinas, che l’etica esiste prima della politica e che la resistenza più profonda passa dall’immaginazione, dalle storie che scegliamo di raccontare, come quella di Pippi che vive sola, non obbedisce agli adulti, sta dalla parte dei deboli e non si definisce mai contro qualcuno.
Tanti i ritratti, i racconti, le suggestioni che caratterizzano il numero. Elisabetta Graziano dialoga con Anna Masecchia, studiosa del cinema di Agnes Varda, nel tentativo di comprendere l’acquisizione di una piena consapevolezza esistenziale e artistica, a partire da un processo creativo chiamato cinecriture, un modo di stare dentro le immagini, smarginando i confini tra formati. E’ quindi il regista Pippo Mezzapesa a raccontarsi, a partire dal legame con le radici, da “Ti mangio il cuore” ad “Avetrana: qui non è Hollywood” nel segno di un percorso profondamente autentico. Annamaria Punzo consegna un  bellissimo ritratto di  Claudia Cardinale e Brigitte Bardot, figure che trovano la loro forza nella variazione, nel movimento sempre possibile, nella capacità di non restare mai uguali a sè stesse. Mentre Gina Annunziata richiama il saggio di Simone De Beavoir, leggendo la Bardot come il simbolo di una rivoluzione che parte dal corpo inteso come spazio politico “De Beavoir vede in Bardot il modello di una femminilità attiva, che non rinuncia alla sessualità ma si rifiuta di viverlo come servizio”. E’ quindi Tiziana Appetito,  cresciuta tra i set del cinema italiano, nell’intervista rilasciata a Michela Mancusi, a ripercorrere l’eredità artistica lasciata dal celebre fotografo di scena, con un racconto che attraversa dive senza tempo, da Sofia Loren a Stefania Sandrelli “Credo che il segreto risiedesse in un binomio rarissimo: un rispetto profondo unito a un amore incondizionato per il soggetto. Mio padre non ha mai cercato di possedere l’immagine, si poneva in ascolto visivo. Dai racconti che mi faceva, emergeva sempre questo spirito di totale complicità”.
Marilena Apuzzo esplora l’essenza del film francese “L’attachement”, storia di un bambino segnato dalla perdita della madre capace di stabilire un legame forte con la vicina imperfetta e solitaria “La tenerezza non è maternità biologica, non è coppia, non è progetto romantico. E’ la cura senza rivendicazioni che non passa per ruoli tradizionali e geneticamente definiti ma per la disponibilità a stare accanto, a lasciare che il dolore  e l’affetto possano liberamente fluire”. Un contributo prezioso arriva anche da Maria Fioretti che dialoga con Toni D’Angelo autore del bel documentario dedicato al padre “Nino.18 giorni”, per spiegare il senso profondo del titolo e del progetto: “Li uso come pretesto per capire chi era mio padre prima di diventare Nino D’Angelo e anche chi ero io, attraverso me stesso  e oggi attraverso i figli. Una certa distanza tra padre e figlio è necessaria: è quella distanza che genera curiosità e la curiosità è l’inizio di tutto”. Un film che è anche una riflessione sulle radici “Diventare padre mi ha dato il coraggio di fare un film così personale, in cui mi sono messo a nudo anche io, non solo come regista ma come figlio”. Miriam Marinaccio si sofferma sul documentario “Noi e la grande ambizione” di Andrea Segre, interrogandosi sulle istanze politiche della Generazione Z scaturite dalla visione del film “Berlinguer, la grande ambizione”.
Ogni articolo aggiunge un tassello ad un mosaico che va a sviscerare la complessità dell’universo cinema, così Serena Barbagallo racconta il desiderio di Roberto Saviano di tornare ad essere l’uomo al di là del personaggio, venti anni dopo Gomorra ” Io ho impostato la mia vita su un lavoro di ricerca di una verità che liberasse me e soprattutto chi leggeva ma un certo punto mi sono reso conto che l verità raggiunte mi avevano cambiato. Oggi non riesco più a stare in quella bolla, essere identificato col personaggio che ho incarnato è diventato un peso, un ruolo una corazza che mi sta stretta. Continuo ad avere la stessa fama d verità che avevo ma sono stanco che questo mi costringa sempre a scegliere di avere una vita a metà. Ora voglio vivere, essere sopravvissuto non mi basta più”. Dal documentario di Simone Manetti sul caso Regeni, escluso dai finanziamenti ministeriali che riapre il dibattito su verità, ragioni di stato e libertà della cultura nell’analisi di Daniela Esposito, al potere del cinema secondo Elisabetta Graziano nella recensione di Filomvers di Desplechin “è un film sul diventare spettatori, sul momento in cui guardare smette di essere un’azione passiva e diventa una forma di appartenenza. Sul modo in cui una sala, una poltrona, un fascio di luce e una storia più grande possono trasformarsi in una casa provvisoria”. Dal ritratto della brava attrice Miriam Candurro, consegnato da Michela Mancusi, a cui l’attrice confessa come “la recitazione e la scrittura sono entrambi per me luoghi franchi. E’ probabilmente il tipo di libertà che cambia, nella recitazione avverto maggiormente una libertà corporea, nella scrittura avverto maggiormente una libertà di pensiero”, al bellissimo incontro con il regista Antonio Capuano che si sofferma sul legame forte con Napoli, senza il quale mi sentirei mutilato e spiega come “Il cinema non è soltanto quello che riesci a produrre. Ci stanno film che vivono dentro di te pure se non li girerai mai”, poichè “Ogni film per me è un tuffo. Io amo il mare perchè il mare ti prende completamente”, dall’intervista di Alessandro Farro a Teresa Saponangelo che confessa il legame speciale con registi come Capuano e Rubini e ammette come “Manca una linea politica che favorisca le piccole produzioni, che faticano ad esistere e realizzare film coraggiosi”, all’intervista a Steve della Casa, con il suo percorso nutritosi di cinema, dalla Cineteca nazionale ai festival fino alla sfida di vestire il cinema di Daniela Ciancio, che ribadisce l’importanza di integrare il costume nel racconto, senza che si imponga, intervistata da Maria Di Razza, o ancora alla bellissima recensione di Hamnet di Valentina Mariani per ribadire che “Il cinema di  Zhao non impone un senso, crea le condizioni perchè il senso emerga, fragile, incompleto, umano”. Un percorso che prosegue con lo sguardo attento sul cinema Francois Ozon nell’analisi di Roberta De Maio per comprendere come il regista ricostruisca il suo universo intellettuale attraversato  da passioni, contraddizioni e interrogativi esistenziali o con il tentativo di comprendere Annie Ernaux, scrittrice francese la cui opera attraversa memoria, identità e coscienza sociale, traducendo la propria vita in quella comune ad una generazione, dall’io al noi. E non è un caso che il numero sia dedicato a tutte quelle donne che compongono un iperuranio femminile reale e immaginario, da Pippi Calzelunghe a Teresa Saponangelo, da Bardot a Cardinale Perchè il “femminile – ci ricorda Michela Mancusi – è come il mare non è qualcosa da dominare ma una promessa da attraversare, un orizzonte da espandere, un senso da far riemergere”
A collaborare alla rivista, diretta da Michela Mancusi, Gina Annunziata, Marilena Apuzzo, Serena Barbagallo, Barbara Belzini, Marina Brancato, Claudia Canfora, Chiara Capobianco, Maria Castaldo, Roberta De Maio, Paola Dei, Maria Di Razza, Daniela Esposito, Alessandra Farro, Maria Fioretti, Annamaria Gallo, Simona Genovese, Elisabetta Graziano, Floriana Guerriero, Nicole Maglio, Michela Mancusi, Antonella Mancusi, Valentina Mariani, Anima Mileto, Miriam Marinaccio, Mara Mattinoli, Valentina Mattiello, Bianca Maria Paladino,  Irene Pompeo * Ludovica Pesenti, Annamaria Punzo

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