– di Egidio Leonardo Caruso–
Dopo la pausa estiva prosegue nell’Aula di Palazzo Madama l’esame del testo della nuova legge elettorale, giovedì 10 settembre con 68 si e 99 no, non senza bagarre dai banchi della minoranza, al grido “vergogna”, l’aula ha bocciato il subemendamento presentato dal Pd a prima firma Dario Parrini, che puntava a reintrodurre “preferenze pure” per tutti, eliminando i capilista bloccati. Nei giorni scorsi si era registrata una timida apertura da parte della premier Giorgia Meloni, rispetto alla possibilità di un voto favorevole alla proposta di modifica proveniente dall’opposizione. Tuttavia non erano mancati i malumori all’interno della coalizione, in particolare da parte di Forza Italia e Lega che fin da subito, avevano lanciato un vero e proprio out, out: “non sono questi gli accordi, così la legge salta”.
“Fdi è da sempre per le preferenze, alla Camera ha votato per le preferenze, mentre il Pd ha votato sempre per leggi che non prevedevano le preferenze tranne per l’Italicum, che comprendeva il capolista bloccato. Non ci sfugge la strumentalizzazione di questo emendamento del Pd, che punta soltanto a spaccare il centrodestra, tra un emendamento del Pd strumentale e mantenere gli accordi, non abbiamo dubbi: manteniamo la parola e votiamo contro questo emendamento”. Così Lucio Malan Capogruppo Fdi al Senato (Fonte AGI).
È stato invece approvato un emendamento della maggioranza, che consente agli elettori di esprimere fino a tre preferenze rispettando l’alternanza di genere, a partire dal secondo candidato della lista, restano dunque i capilista bloccati inoltre, andrà al voto l’emendamento di Fdi riformulato dal governo, che innalza da millecinquecento a novemila le firme richieste alle nuove formazioni politiche non presenti in parlamento, per correre alle elezioni.
Le opposizioni dopo la bocciatura dell’emendamento presentato dai Dem, preannunciano barricate considerando il modello di preferenze voluto della maggioranza, solo una finta, in realtà sarebbe un antipasto del premierato, paventando il rischio di incostituzionalità.
Sul tema delle preferenze risponde anche la premier su X: “Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa. Quindi – conclude la Presidente del Consiglio – la differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no”. (Fonte AGI).
Nonostante il vertice dei capigruppo di maggioranza (del 9 settembre), in Via della Scrofa nel tentativo di trovare la quadra, a seguito della bocciatura dell’emendamento presentato da Marcello Pera (Fdi), che mirava ad introdurre la possibilità di un turno di ballottaggio, che ha parlato di “un’occasione persa”, la strada verso l’approvazione definitiva del testo resta tutta in salita. Da un lato le tensioni interne alla maggioranza, con FI e Lega che nei giorni scorsi hanno più o meno velatamente minacciato lo strappo, dall’altro, lo scoglio tutt’altro che semplice da superare di un nuovo voto segreto alla Camera (Art.49 Regolamento).
Al momento restano due i punti fermi: l’attribuzione di un premio di maggioranza alla coalizione che dovesse ottenere almeno il 42% dei consensi, a cui spetterebbero 70 seggi alla Camera, e 35 al Senato, con un numero massimo di eletti pari a 220 a Montecitorio, e 113 a Palazzo Madama.
Qualora nessuna coalizione dovesse riuscire a raggiungere tale risultato, entrerebbe in gioco un sistema proporzionale puro, in cui i seggi parlamentari verrebbero assegnati ai partiti in proporzione esatta rispetto ai voti ricevuti, senza soglia di sbarramento o premi di maggioranza. Va chiarito che il premio di maggioranza alla lista o alla coalizione, che riuscisse ad ottenere almeno il 42% dei voti, scatterebbe solo per chi arriva primo in entrambi i rami del Parlamento.
Restano ancora diversi nodi da sciogliere come, la cosiddetta norma anti-cespugli, inserita alla Camera con un emendamento di Forza Italia, la norma dispone che i voti ottenuti da partiti o liste che non superano la soglia minima di accesso del 3%, non vengano conteggiati per il riparto nazionale dei voti alla coalizione, fatta eccezione per il miglior perdente. Le ipotesi a riguardo sono tre: eliminare qualsiasi soglia, tornare all’1% come attualmente previsto dal Rosatellum, infine abbassarla dal 3 al 2%, scenario più gradito a FI.
Inoltre si sta riflettendo anche sulla possibilità di estendere il voto per i fuorisede a caregiver e marittimi, tramonta invece, l’ipotesi di restringere i tempi delle dimissioni dei sindaci che si candidano anche alle elezioni politiche.
L’esame del Senato si concluderà il prossimo 15 settembre, il testo tornerà alla Camera per la terza lettura, il 28 settembre, quando si svolgerà solo la discussione generale, per poi riprendere l’esame a inizio ottobre, con tempi contingentati. Fdi decisa ad andare spedita fino all’approvazione definitiva, invita a “non abbassare la guardia” in vista del voto finale alla Camera a scrutinio segreto, al momento pare probabile che l’esecutivo, sia orientato a porre il voto di fiducia.
“Una nuova forzatura sui tempi inaccettabile tuonano le opposizioni” (Fonte AGI).
Riuscirà l’esecutivo a portare a termine un progetto di riforma ritenuto prioritario?


