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Otto settimane dopo il voto del 4 marzo, la crisi di governo si ferma al secondo pit stop, in attesa di un nuovo pronunciamento dell’elettorato. Dopo il Molise tocca al Friuli, dal Centro Sud si passa all’estremo Nord Est, ma è difficile pretendere da porzioni limitate di cittadini una risposta che finora i partiti non hanno saputo trovare. I protagonisti sono sempre gli stessi e le posizioni non sono granché mutate: il centro della scena è occupato dai Cinque Stelle, o meglio da Luigi Di Maio, che sta giocando la partita per lui più rischiosa, anche perché ha puntato sul massimo della posta e non si è lasciato scappatoie…

O vince e va a palazzo Chigi, o perde magari a favore di un politico “amico”, ma in questo caso dovrà vedersela con i più arrabbiati fra i suoi, che già faticano a digerire i riti obsoleti di una trattativa in stile prima repubblica.

L’altro possibile concorrente nella sua stessa squadra, il presidente della Camera Roberto Fico è stato leale nei suoi confronti: ha dichiarato esaurito “con esito positivo” il mandato esplorativo ricevuto dal Capo dello Stato, e si è fatto da parte. Secondo Fico il dialogo fra Cinque Stelle e Pd è stato “avviato”, anche se per vederne gli sviluppi bisognerà aspettare l’esito della direzione democratica di giovedì prossimo, e allora non si capisce perché non abbia chiesto lui di poter restare in campo almeno fino a quella data, per portare a termine il compito affidatogli. Qui si coglie una differenza che non è solo di stile fra i due personaggi più in vista di un Movimento che in questa fase si sta per così dire istituzionalizzando. Fico, che pure occupa la terza carica dello Stato, manifesta ancora allergia ai tatticismi, alle mediazioni, alle procedure barocche che avvolgono il nocciolo duro del negoziato e rischiano di far perdere di vista l’obiettivo, il traguardo della corsa, il tanto sbandierato “cambiamento”. Al contrario, Luigi Di Maio si è acconciato ben presto alle liturgie di una trattativa faticosa e, finora, inconcludente. Anzi ci ha messo del suo, a cominciare dalla metafora andreottiana dei due forni che certo non deve essere piaciuta alla base grillina, e che comunque stride con la rivendicata autosufficienza del Movimento.

Il risultato è che il forno del centrodestra è stato dichiarato chiuso prima ancora che quello del Pd si aprisse (lo si vedrà solo giovedì), e il cliente (Di Maio) rischia di restare senza pane. Nel frattempo, ha guidato un processo di omologazione dei Cinque Stelle, proclamando l’ingresso nella terza repubblica proprio mentre sperimentava i bizantinismi della prima. Logico che il Pd, pur diviso fra governisti e renziani, decida quanto meno di lasciarsi desiderare, alzando il prezzo della posta. Mentre ancora non si discute di programma, già appare chiaro che proprio il capo politico dei Cinque Stelle è un ostacolo all’accordo; e del resto la presunta apertura al dialogo è stata riscontrata da Roberto Fico, non certo da Luigi Di Maio, con il quale nessun interlocutore democratico si è finora seduto a parlare.

La prossima settimana, con il risultato delle regionali in Friuli alle spalle, tornerà in campo anche Matteo Salvini, sempre più leader riconosciuto della coalizione di centrodestra, e a quel punto il cerino acceso finirà nelle mani dell’ex vicepresidente della Camera, che rischierà di bruciarsi le dita. Finora è stato lui a fare sfoggio di un’abusata terminologia della vecchia politica – dagli ultimatum ai contratti, dai forni alle alleanze –, ma domani potrà interpretare un’altra condizione spiacevole di quell’epoca: quella di chi si trova in mezzo al guado.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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