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Mai, nella nostra storia recente, si era assistito a un confronto con caratteristiche anomale, tale da sfiorare la pantomima, come quello cui hanno dato vita nei giorni scorsi Salvini e Di Maio. Con alti e bassi da cardiopalmo ,come in un gran premio di formula 1. Grandi proclami e improvvisi scoraggiamenti. Invasioni di campo e subitanee ritirate. Le delegazioni delle due forze politiche contraenti si sono impegnate nella ricerca delle possibili convergenze politiche. La scrittura del programma di governo è apparsa però centrata più sulla possibile tempistica di approntamento dei relativi provvedimenti legislativi, cioè sulle loro probabili priorità, che non nella concreta definizione dei contenuti degli stessi. Con le prime pesanti incognite derivanti dai possibili aspetti non chiariti o lasciati sullo sfondo. E con una seconda, grave origine di possibili equivoci politici. Cioè la mancanza di un premier concordato che presiedesse all’operazione di definizione dei contenuti programmatici di cui assumerà poi la responsabilità politica con il suo discorso di presentazione alla Camere. E anche qui con tutti i dubbi sulla correttezza costituzionale dell’itinerario ma soprattutto sui  possibili equivoci e incomprensioni derivanti da un premier che si trova già  definito e impacchettato, con le relative priorità, il programma dell’esecutivo che è chiamato a presiedere. Non a caso, l’economista fuori dal coro Giulio Sapelli, sembrato per alcune ore papabile a premier, aveva sottolineato che anch’egli avrebbe voluto dire la sua.

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Né casuale è apparsa,  la inconsueta – ma non fuori di luogo – rivendicazione di Mattarella suo suo ruolo nella crisi. Avanzata, come si fa ovviamente in questi casi e come possono facilmente comprendere gli addetti ai lavori, apparentemente – ma solo apparentemente – ricordando le significative parole dii Einaudi a proposito del ruolo del Presidente della Repubblica durante le crisi di governo. Con questo artificio politico Mattarella ha sottolineato che il Capo dello Stato non è un semplice notaio di decisioni prese dai partiti, ma ha poteri-doveri autonomi, a cominciare da quelli penetranti di moral suasion nei rapporti con il governo. Non è potuto giungere, perché il premio ancora non c’è, alla drastica conclusione che oppose “il picconatore “ Cossiga ad  Andreotti premier, a cui il primo ricordò perentoriamente che in caso di contrasto con l’altro, il primo ministro va a casa. Probabilmente, alcune  indiscrezioni filtrate dai negoziati riservati (sepolto ormai lo streaming  che condannò il povero Bersani) hanno finito per allarmare Mattarella. Tuttavia, altrettanto energico è apparso meno il richiamo, forse provocato da qualche anticipazione di Salvini a proposito di trattati europei o di modifiche delle politiche sui migranti. Quello del Quirinale, insomma,  si configura come un “robusto contro-potere”, allo scopo di “impedire abusi”, con particolare riferimento ai nominativi dei ministri e a eventuali provvedimenti che si configurino come privi di adeguata copertura finanziaria.Con queste premesse, proprio la sua conduzione ineccepibilmente non-interventista della crisi potrebbe, in caso di fallimento del duo Di Maio-Salvini, rafforzare l’ipotesi di un governo ispirato dal Quirinale e capace di assicurare innanzitutto il rispetto dei vincoli europei su cui si infittiscono i richiami da parte dell’Ue.

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Ora il cammino appare decisamente in salita, innanzitutto per la mancanza di un premier concordato-designato. Il suo identikit continua pericolosamente ad oscillare tra il politico e il tecnico più o meno engagé. E forse con il terreno non del tutto sgombro, alla fine dei giochi, dalle tentazioni personali di uno o entrambi i protagonisti, in particolare Di Maio. Salvini, viceversa, dà più l’impressiona di volersi sganciare, sottolineando che sui contenuti programmatici non c’è ancora una solida e completa intesa, a cominciare dalla linea da tenere con l’Ue sul piano generale e in particolare sui migranti. Né meno impegnativa appare la sfida sulla contestatissima flat tax. Anche sul terreno già strettamente politico, si addensano delle nubi. Intanto, una Lega con il vento in poppa come testimoniato dai sondaggi, potrebbe avere interesse a monetizzare i suoi crescenti consensi, cui farebbero riscontro un sostanziale stallo di Fi e un lieve calo del M5S. Sul fronte più moderato del centrodestra, d’altra parte, la “resurrezione” politica di Berlusconi – determinata da Renzi, favorita da Salvini e accresciuta dalla sua riabilitazione – ha già cominciato a far sentire i suoi effetti sulla formazione del governo e sulla situazione politica a breve termine. E un ex Cavaliere ringalluzzito potrebbe aver minore paura del recente passato nel rilanciare la sfida elettorale ai moderati del suo campo allo scopo per ristabilire proporzioni più corrette, dal suo punto di vista. In ogni caso, gli umori provenienti da FI non lasciano presagire nulla di buono per il nascente esecutivo. Si affilano coltelli e si preparano offensive, mentre si precisa che il concreto atteggiamento dipenderà anche da nomi e incarichi. Infine, da ultimo ma non per ultimo, il referendum interno cui sarà sottoposto, come ha confermato Di Maio, il contratto di governo. Un risultato negativo sarebbe a quei punto  difficilmente ipotizzabile. Però un sì striminzito potrebbe costituire un ulteriore fattore di indebolimento dell’intesa di governo. Con tutti questi ostacoli, l’esecutivo più “difficile” della storia repubblicana ce la farà mai a nascere?

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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