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E’ vero, oggi qualsiasi riflessione sul Meridione rischia di apparire come qualcosa di stantio, di polveroso, di “superato” non riuscendo più ad imporsi come tema cogente all’ordine del giorno di una sempre più confusa agenda politica.
E’ altrettanto paradossale che una sferzante frustata a quello che resta di un disorientato ceto intellettuale meridionale arrivi dal nordico “Mattino di Padova”. Il quotidiano veneto, in un articolo apparso qualche giorno fa sulle proprie colonne intitolato “L’autonomia, il fantasma del Mezzogiorno e il federalismo alla tedesca” a firma di Mariano Maugeri, ha scritto tra sarcasmo e cinica analisi: “un fantasma si aggira per l’Italia: il Mezzogiorno. Venti o trentanni fa meridionali sotto attacco dei nordisti avrebbero dato fuoco alle polveri. La scuola giuridico-filosofica crociana si sarebbe mobilitata e con lei i pensatori che giusto o sbagliato che fosse hanno alimentato un dibattito lungo e purtroppo poco proficuo su una questione eterna: quella meridionale”. Il Meridione da tempo si trascina stancamente alla ricerca di una nuova rappresentazione e di una nuova rappresentanza, anche se c’è stato un periodo della contemporaneità in cui non era confinato nei sotterranei, negli anfratti dimenticati della storia. Nel frattempo, non si può non sottolineare come la “questione Mezzogiorno”, negli ultimi decenni, non solo non sia stata affrontata come problema nazionale, ma sostanzialmente sia stata offuscata anche da un punto di vista internazionale. Non di rado é stata riaffermata la necessità di dare una visione nuova alla vecchia “questione meridionale”, non più considerata come un problema soltanto italiano mai risolto, ma come “questione” di carattere europeo. La preoccupazione che si affaccia, timidamente, nelle analisi di chi si occupa di Mezzogiorno, è sintetizzabile in poche battute: non si sa se ci sarà ancora un Mezzogiorno. Il Sud, per continuare ad esistere deve “r-esistere”, da oggetto dovrebbe farsi nuovo soggetto, da essere pensato (dal Nord?) dovrebbe ritornare a pensare, e soprattutto a ri-pensarsi (da Sud!), restituendo al Meridione l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompendo una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri. Un nuovo meridionalismo, e non un leghismo post-datato, alla rovescia, che risolve in un improbabile e becero “sudismo” la risposta alla proposizione di una supposta “questione settentrionale” che sta per trovare il suo epilogo con l’onda lunga dell’autonomia differenziata. Il Nord sta forse vincendo oggi, hic et nunc, una partita che il Meridione ha perso lungo un secolo? La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana, diceva Keats. Purtroppo l’unica vera sconfitta, che in un Paese manifestamente disunito come l’Italia nessuno potrebbe azzardarsi a mettere in discussione, è quella consegnata ad un Mezzogiorno perdente. Ma a perdere sarà l’Italia intera fin quando non si accetterà che il destino dell’uno dipende dalle sorti dell’altro. Quel fenomeno che va sotto il nome di “regional divide” con l’autonomia differenziata si tradurrebbe definitivamente in una spaccatura insanabile, in una frattura non più ricomponibile tra Nord e Sud dello stesso Paese. Il divario regionale tra Nord e Sud, in termini di squilibri e diseguaglianze territoriali, si acuirebbe fino a diventare strutturale nell’impianto ordinamentale dello Stato. Come certificare che il Sud Italia è morto. Dopo l’abolizione del Mezzogiorno, occorre ricostruire l’idea di un Sud nuovo, diverso, con chi è pronto a riconoscerne finalmente la maternità e la paternità delle sue sconfitte. Soltanto quando il Sud sarà capace di intessere intrecci di trame nuove, di orditi che parlano di presente, e soprattutto di futuro, di parlare sì alla pancia, ma soprattutto al cervello della propria gente, il Meridione potrà intravedere la possibilità di risorgere. Al momento il Meridionalismo è morto, ma il meridione vive e soffre.

di Emilio De Lorenzo

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