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Il termine ricorrente ma sottaciuto, nel vocabolario della politica 4.0, che più rappresenta il Sud è la parola “serbatoio”. Serbatoio di manodopera (si legga alla voce “emigrazione”), serbatoio di intelligenze (si legga alla voce “disoccupazione intellettuale”), ma soprattutto serbatoio di voti (si legga alla voce “crisi della rappresentanza”).

Un serbatoio svuotato, il Mezzogiorno, nel senso che rischia di non esserci più, ma che ritorna sempre determinante, ad ogni tornata elettorale, come importante contenitore di voti per i partiti, alla ricerca di quel consenso che legittima, ma non vincola in alcun modo.

Il Mezzogiorno “dimenticato” rischia di non esserci più, proiezione olografica di una terra di nessuno, facile terra di conquista, conteso campo di battaglia di scontro elettorale per le prossime europee. Il Sud rischia di non esserci più per essere stato abbandonato a se stesso.

Sovente assiste soltanto ad operazioni strumentali che rischiano di rivelarsi l’ennesimo schiaffo reso al volto sfigurato di una parte di Paese che viene riscoperta soltanto per rappresentare l’inesauribile serbatoio elettorale di forze politiche che succhiano il sangue di una terra già gravemente dissanguata da altre dolorose piaghe.

Appare quasi superfluo ricordare come l’emigrazione stia facendo registrare picchi sempre più alti in ogni angolo del Mezzogiorno, e non si racconta, con i fatti, che cosa si ha intenzione di fare per un Meridione che si ritrova, oggi più che mai, solo con se stesso, orfano di una classe dirigente in grado di rappresentarlo.

Il Mezzogiorno, del resto, è diventato l’alibi di un Paese menzognero.  Nel frattempo, si continua a prelevare dal Meridione tutto il prelevabile, il vero “bancomat” del Paese. Si fanno proclami, si organizzano tour elettorali spudoratamente propagandistici, si creano ministeri “ad hoc”, si smantellano agenzie mai nate.

Il risultato di questa perenne “politica dell’annunciazione”, che susciterebbe una certa ilarità se la situazione non fosse estremamente seria, è un Sud che ha smesso di credere alle promesse, alle illusioni, e infine si è disingannato. Ma nonostante tutto si mostra sempre disponibile ad affidarsi ad allettanti affabulatori che si presentano come salvatori di questo pezzo d’Italia incapace di redimersi.

Il risultato è una comunità “spezzata”. E così il Mezzogiorno cessa di essere un problema per qualsiasi governo.  E così il Sud si presenta come facile risoluzione ai problemi di un Paese che si autoassolve. I problemi restano, a dispetto di tutto, soprattutto per questa parte di Paese che continua, nel bene e nel male, a fare le fortune di altri territori, di altre regioni, di altre città, perché va a creare ricchezza altrove, va a incrementare la crescita demografica di altri territori, causando uno squilibrio demografico.

Mentre il Mezzogiorno si spopola, si desertifica. Le stime parlano chiaro e raccontano che nei prossimi trent’anni l’esodo continuerà e dal Sud andranno via quasi cinque milioni di meridionali. Il destino del Mezzogiorno si può leggere, in filigrana, tutto in questo “esodo moderno” di portata storica. Prima si è creato il “deserto produttivo”, poi è arrivata la progressiva e inarrestabile “dertificazione umana”.

Ma è lo stesso Sud a far sì che il Mezzogiorno non costituisca più una “questione”, a far dimenticare che c’è una parte dell’Italia che è tra le aree più deboli d’Europa.

La negazione del “problema Sud” sembra intrecciarsi inevitabilmente anche con un altro dato: i meridionali hanno rinunciato a riporre una qualsiasi forma di fiducia nella propria classe dirigente.

Il “serbatoio Sud”, costituito da un Mezzogiorno che un tempo esigeva uno scambio, è sempre più nelle disponibilità di una politica nazionale che preleva senza vergogna perché è consapevole che il disinganno potrebbe trasformarsi, paradossalmente, anche in una tacita resa incondizionata.

di Emilio  De Lorenzo

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