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Se oggi siamo sempre più spaesati

Spaesati, é difficile trovare un’espressione che più di questa renda meglio quello che sta accadendo nelle comunità del Sud.
Spaesati sono gli abitanti di questi luoghi senza più paesi, dove la comunità si è sfilacciata fino a sbriciolarsi rispetto alla graniticità di una civiltà di un passato nemmeno tanto lontano, ma che oggi appare pura “archeologia”, che è stato rigettato in quanto residuo culturale ingombrante.
Pasolini sosteneva che nella provincia contadina era ancora possibile rintracciare i semi incontaminati di un’autenticità di valori che la città moderna, industrializzata, disumanizzata, aveva annientato. La provincia alla quale nostalgicamente Pasolini pensava, oggi non esiste più. Il mito della modernità è stato rincorso soprattutto qui, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: si è venduta l’anima al diavolo e non resta che il corpo martoriato di una terra prostrata, dilaniata. Si è smarrito un patrimonio di valori e si è svenduta un’intera provincia, un territorio che ora si trova ricoperto di macerie sociali ed esistenziali, con un forte disagio, che rappresenta un inquietante indicatore di un malessere diffuso, soprattutto tra i giovani, che non hanno né un presente da vivere né un futuro a cui guardare.
Spaesati, disorientati, appunto. Le distanze città-paese si sono notevolmente ridotte, non soltanto perché le autostrade, soprattutto quelle telematiche, le corse veloci di treni e pullman, i continui spostamenti per lavoro e studio verso la città hanno favorito lo snaturamento dei luoghi, dei paesi. In qualche modo, oggi, siamo tutti cittadini della città.
Spaesati come incapaci di riconoscersi nel proprio paese, nelle proprie radici, di radicarsi nel proprio luogo, e non è vero che gli uomini non hanno radici come gli alberi. La perdita d’identità, che é una sicura chiave interpretativa dei cambiamenti sociali e culturali in atto, sta trascinando questi luoghi nonluoghi verso l’oblio. Come ignorare che anche la religiosità, tra i segni distintivi del carattere della comunità, ha smarrito la propria funzione. La perdita delle anime é coincisa con la perdita dell’anima. C’é una mutazione antropologica da segnalare, che certamente non nasce oggi, che non investe soltanto abitudini, riti, tradizioni. E soprattutto c’é un’altra storia da raccontare, per scongiurare una resa incondizionata, che va oltre la semplice sconfitta. Territori “muti”, privati ormai di reale rappresentanza, luoghi nei quali il continuo drenaggio di uomini, di risorse, continua a generare “spaesamento”, disagio. D’altra parte la feroce invasività della ricerca di nuove fonti energetiche ha fatto cambiare volto al paesaggio di una provincia che si ritrova a fare i conti con quanti vorrebbero continuare a “devastare”. Cosí allo spopolamento sta seguendo lo snaturamento.

di Emilio De Lorenzo

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