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I 90 anni del Museo Irpino: dalla memoria al futuro, dialogo costante tra capoluogo e territorio. Mancini (Sovrintendenza): un’eccellenza

Questa mattina l’inaugurazione della mostra promossa dalla Provincia. Nei pannelli la storia del processo di formazione del polo culturale e dei suoi grandi protagonisti. La ricerca archeologica non si ferma, nuovi scavi lungo la via Appia

Una sfida che guarda al futuro, che testimonia il potere della cultura di abbattere i confini tra centro e periferia. E’ quella che lancia il Museo Irpino nel celebrare i suoi primi 90 anni con una mostra promossa dalla Provincia in collaborazione con la Biblioteca Provinciale Capone, l’Emeroteca Provinciale e l’Archivio di Stato di Avellino. A rivivere nelle sale del Carcere Borbonico fino al 12 settembre le tappe del lungo e complesso processo di formazione del Museo, dalle origini negli Venti dell’Ottocento, stagione di scoperte pionieristiche  e di collezionismo erudito, fino al 1966, anno della definitiva sistemazione delle collezioni nel complesso architettonico del Palazzo della cultura. E’ Raffaella Festa, funzionaria di alta qualificazione dei servizi culturali della Provincia  a sottolineare come “Il Museo taglia un traguardo di prestigio, che è anche il frutto della forte accelerazione che ha conosciuto questo complesso culturale negli ultimi anni. La presidenza Buonopane ha fortemente creduto in un progetto che fosse non soltanto di promozione ma anche di tutela e conservazione del patrimonio. La mostra che inauguriamo oggi celebra i novant’anni del museo ma anche le grandi competenze che hanno lavorato in questi anni, affinché il Museo irpino non fosse soltanto un museo di interesse regionale ma anche una struttura parte integrante del Sistema Museale Nazionale. Numerosi gli interventi di tutela e conservazione che hanno riguardato il patrimonio della provincia di Avellino, dal restauro dei leoni di Palazzo Caracciolo a quello di libri e riviste dell’Emeroteca provinciale. Si è scelto di investire sulla valorizzazione del territorio ma anche su un’offerta culturale multitarget, da quella legata al linguaggio LIS al percorso con animazioni digitali per l’area kids fino all’audio tour in italiano e in inglese. Abbiamo lavorato tanto anche grazie al sostegno della Regione Campania e dell’Osservatorio Regionale Museale, rappresentato dalla professoressa Barrella per migliorare gli standard di qualità. La sfida è quella di un museo posto in un’area interna che punta ad avere visitatori consapevoli”.

E’ il funzionario della Sovrintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino Lorenzo Mancini a spiegare come “Il Museo Irpino rappresenta un’eccellenza. E’ oggi un luogo di fondamentale importanza per la conoscenza dell’archeologia di un territorio ricchissimo di di testimonianze. Nasce da una collezione privata che si è arricchita nel tempo con il contributo provenienti dalle indagini  archeologiche sul territorio, in particolare a partire dagli anni ’50 quando si rafforza la collaborazione tra Provincia e gli Enti Statali preposti alla tutela del patrimonio archeologico come la Sovrintendenza. Custodisce collezioni che meriterebbero di essere conosciute a livello nazionale perché provengono da siti che non hanno solamente un’importanza per il territorio ma anche per l’archeologia italiana, come quello di Madonna delle Grazie, nel territorio di Ariano, fondamentale per la conoscenza dell’eneolotico, fino al sito di Aeclanum o al santuario della Mefite nella Valle d’Ansanto nel territorio di Rocca San Felice”. Quindi pone l’accento sul momento di grande fervore culturale che vive l’Irpinia sul piano della ricerca archeologica: ‘Sta conoscendo forti trasformazioni legate all’impatto delle grandi opere come l’alta velocità e gi impianti per la produzione di di energia da fonti rinnovabili. Interventi, che grazie agli strumenti dell’archeologia preventiva, consentono di accrescere enormemente la mole dei dati e delle conoscenze relative al territorio Tutto questo, naturalmente, deve tradursi in un discorso pubblico che abbia come destinatarie soprattutto le comunità che vivono in prima persona queste trasformazioni e quindi i musei, da quelli provinciali fino a quelli civici”.  E annuncia “una serie di progetti legati ai siti archeologici irpini di Mirabella e Rocca San Felice. In particolare, partirà un intervento di valorizzazione di un’indagine archeologica effettuata nel 2020 lungo un tratto della via Appia, oggi patrimonio Unesco, all’esterno della mura della Città di Aeclanum”

E’ Stefania Picariello, funzionaria della Provincia, a illustrare i reperti in mostra “Si tratta di materiali provenienti dall’archivio storico e fotografico del Museo Irpino e di reperti archeologici provenienti dalla collezione permanente del Museo Irpino integrati con quotidiani dell’Emeroteca Provinciale e opere librarie della Biblioteca provinciale Scipione e Giulio Capone. Abbiamo voluto raccontare il percorso attraverso il quale è nato il Museo e naturalmente i protagonisti di questo percorso, studiosi, archeologi, politici dell’epoca che hanno lavorato alla valorizzazione del Museo. Una storia che parte dalla passione per l’antichità di Giuseppe Zigarelli, avvocato avellinese, che fonda un vero e proprio museo domestico. La sua collezione sarà destinata al Comune di Avellino e poi alla Provincia di Avellino negli anni ’30, fino all’istituzione del Museo il 28 ottobre del 1934, Decisivo sarà l’impegno dell’ispettore all’antichità Salvatore Pescatori che favorirà, insieme al Sovrintendente Amedeo Maiuri, la nascita di nuove collezioni grazie ai materiali provenienti dai comuni di Avellino. Sono gli anni in cui il territorio viene chiamato a contribuire alla nascita della collezione, fino alla nuova apertura nel 1966 del Museo Irpino presso il Palazzo della Cultura. Il percorso si sviluppa secondo un ordine cronologico e accompagna il visitatore attraverso le diverse fasi di formazione del Museo”. Tra i reperti in mostra “i materiali archeologici, a partire dalla Nestoris a figure rosse, un grande contenitore per liquidi del quarto secolo a C, con corpo panciuto e alte anse, tipico delle antiche popolazioni dell’Italia meridionale, dal forte valore rituale, proveniente dalla collezione Zigarelli. Inoltre, abbiamo ricreato la cosiddetta camera delle meraviglie, uno spazio in cui abbiamo tentato di ricostruire quella che era la moda del collezionismo nell’Ottocento con materiali di varia provenienza, dall’Africa all’Asia. Possedere questi oggetti era considerato un elemento che dava lustro e prestigio sociale”.

Ad impreziosire la mostra anche una serie di incontri e laboratori di archeologia in collaborazione con la Sovrintendenza e la creazione di un’area kids, di uno spazio dedicato ai più piccoli dove la storia del Museo sarà raccontata con una serie di supporti multimediali. Picariello ricorda come il museo “ha avuto un processo lungo e complesso ma negli ultimi venti anni ha visto un ampliamento della collezione molto importante. Oggi ha due sedi, otto sezioni espositive con una collezione che non è più soltanto archeologica ma molto più variegata. Sono stati, inoltre, potenziati i servizi del museo che non è più soltanto luogo di esposizione ma uno spazio vivo, capace di dialogare con la comunità, dalle attività educative agli eventi speciali. Grande, inoltre, l’attenzione rivolta alle utenze con disabilità cognitive e uditive”. A partecipare alla cerimonia di inaugurazione della mostra l’intera squadra di archeologi e funzionari del Museo Irpino, Nicola De Angelis, Gemma Savelli, Matilde Ercolino, Stefania Picariello, Giuliana Giordano, insieme a loro Gabriella Colucci Pescatori, archeologa e già sovrintendente, discendente di Salvatore Pescatori, Maria Fariello, già funzionaria della Sovrintendenza e Lorenzo Terzi, direttore dell’Archivio di Stato.

 

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