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Un antico detto recita: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Esso viene ancora usato per condannare alcuni comportamenti che connotano le differenze tra alcune realtà geografiche del Paese. Mi riferisco al dibattito in corso, ormai da mesi, sulla cosiddetta autonomia regionale differenziata richiesta al governo dalle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. L’argomento sta impegnando riflessioni di politici, sociologi, intellettuali, economisti e storici, ciascuno con la propria opinione, ma dalla difficile sintesi. Per lo più i commenti sulla diversità economica tra Nord e Sud si alternano tra denunce, atteggiamenti vittimistici e motivazioni politiche elettoralistiche. Sia chiaro: a mio avviso il confronto è cosa buona e giusta e mette a nudo quella ricerca di verità sottaciuta per decenni. Cifre e documenti alla mano, evidenziano, senza ombra di dubbio, che per decenni il Mezzogiorno è stato penalizzato nella distribuzione delle risorse, per la scarsa attenzione del potere centrale, ma anche per l’esasperato individualismo di chi ha negato volutamente ogni forma di solidarietà. Tutto vero, ma questo non può essere utilizzato come giustificazione dei ritardi dello sviluppo economico-sociale del Mezzogiorno. Intanto occorre affermare che le inadempienze sono attribuibili alla pressoché totale assenza dei rappresentanti della classe politica meridionale nelle sedi delle decisioni. Da questo punto di vista il nostro confratello nazionale “L’altra voce”, sta documentando, con rigore scientifico, con puntuali analisi, sia pure tra l’antico male dell’indifferenza dei meridionali, la politica dello “scippo” ai danni del Sud, compiendo il primo tentativo di proposta dal sud verso il nord. La denuncia autorevole, forte e circostanziata, comincia a dare i frutti, se è vero che sono sempre più numerose le voci di coloro che, investiti dal mandato di rappresentanza per il riscatto del Sud, hanno deciso di rompere il complice silenzio. Proprio dal silenzio della classe dirigente meridionale è nata la prima fase dell’anti – meridionalismo leghista, di un Sud descritto come brutto, sporco e cattivo che ha alimentato uno scontro ai limiti del razzismo. Il passo verso la richiesta di autonomia è stato, quindi, breve. Tuttavia mi chiedo se ci siano gravi responsabilità dei meridionali nel fronteggiare con ritardo la strisciante secessione. So bene che la risposta non è semplice, né facile. Che occorrerebbe investigare con letture diverse, argomentate anche antropologicamente. Mi soffermo, per ora, su alcuni comportamenti dai quali si evince la diversità che penalizza il Mezzogiorno. Qualche esempio non guasta. Ha fatto riflettere, non poco, nella recente settimana, la vicenda di un ospedale della metropoli napoletana prigioniero della camorra. Essa gestiva appalti, assunzioni, voto di scambio e quanto altro riguarda il complesso e articolato mondo della corruzione, Nel quale, come i magistrati hanno documentato, sono coinvolti gruppi dirigenti, politici e non, sindacati e in alcuni casi gli stessi operatori sanitari. Detto in breve: un vero e proprio sistema maleodorante. Si tratta di un bubbone pestifero che discredita la gestione sanitaria nel Mezzogiorno in cui già sono presenti problemi antichi: dalle lungaggini delle liste di attesa, alla scarsa professionalità degli addetti, salvo rare eccellenze. Una sanità inaffidabile, salvo alcuni pochi casi. Se questo è, come si può allora condannare il paziente meridionale che per garantirsi salute e servizi affronta con non poche difficoltà un “viaggio della speranza”? Accadrebbe la stessa cosa se i livelli di professionalità e i comportamenti umani della classe dirigente fossero eguali a quelli delle altre realtà del Paese? Capisco le possibili reazioni che questo mio scritto può provocare, ma non rinuncio alla riflessione dorsiana sulla “radice del male” della classe dirigente meridionale.

di Gianni Festa

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