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Offrendo la sua disponibilità per un tavolo di concertazione sulle riforme, Matteo Salvini ha praticamente certificato la rinuncia a provocare una crisi di governo e l’anticipo delle elezioni alla prossima primavera. Non che il leader della Lega pensi di attenuare la propria opposizione all’attuale maggioranza: semplicemente ha capito che non potrà essere lui – neppure se per ipotesi vincesse le regionali in Emilia Romagna e in Calabria – a innescare quel radicale cambiamento del quadro politico che va predicando da mesi. Del resto, le cronache dell’estate scorsa sono troppo recenti per non ricordare che una crisi può nascere solo all’interno della maggioranza, come avvenne quando fu lo stesso Salvini, allora vicepresidente del Consiglio, a staccare la spina al Conte uno, convinto di aver gioco facile per la successione.

Quasi a voler puntualizzare quanto già noto, è stato il Capo dello Stato in persona a chiarire quali siano i meccanismi previsti in queste circostanze dalla Costituzione. “Nel corso del 2019, ha ricordato nel suo indirizzo di saluto alle alte cariche dello Stato per gli auguri di fine anno, sono intervenute le dimissioni del governo costituitosi nell’anno precedente, essendo venuto meno il sostegno della coalizione su cui si basava”, e la crisi si è risolta “poiché in Parlamento si è formata una nuova e diversa coalizione di maggioranza che ha espresso il nuovo Ministero e gli ha conferito la fiducia”. Dunque, a rigor di logica, solo i Cinque Stelle, il Pd, Italia Viva o Leu potrebbero, sfiduciando il Conte due, provocarne le dimissioni; ma anche in questa circostanza lo scioglimento anticipato delle Camere non sarebbe automatico: almeno un tentativo di dar vita ad una nuova coalizione il Presidente della Repubblica dovrebbe farlo; e solo in caso di dimostrata impossibilità si rassegnerebbe a dichiarare la fine della legislatura. Per il momento, il controverso rapporto fra Pd e Cinque Stelle, fatto di un susseguirsi di tensioni e di improvvise pacificazioni, non sembra indirizzato verso una rottura irreparabile.

I tempi scanditi dalle regole costituzionali e dalla dinamica politica urtano con la fretta manifestata dal capo leghista, in evidente difficoltà per le indagini giudiziarie aperte contro di lui e innervosito dalla concorrenza a destra di Giorgia Meloni, in crescita nei sondaggi. Ma quali concrete possibilità ha oggi Salvini di raggiungere il suo obiettivo? E quali alleati potrebbe trovare sul suo cammino? E’ evidente che dovrebbe rivolgersi a partiti o spezzoni di partito della maggioranza, o sperare in una convergenza anche temporanea, di interessi. C’è l’ipotesi di una riforma concordata della legge elettorale, che potrebbe essere invocata per delegittimare un parlamento eletto con una normativa diversa; e c’è anche, ora, il fantasma del referendum sul taglio del numero di deputati e senatori, che si sta materializzando grazie al completamento del necessario numero di firme raccolte. Se il quesito referendario verrà ammesso, si aprono scenari imprevedibili. Scontata la conferma popolare della riduzione della rappresentanza (il risentimento anticasta alimentato dalle spinte populiste dei Cinque Stelle e della stessa Lega non lascia dubbi in proposito), l’unica via per confermare l’attuale numero di deputati (630) e senatori (315) sarebbe lo scioglimento delle Camere prima dello svolgimento del referendum: una prospettiva che potrebbe rispondere agli interessi di molti uscenti che non sarebbero ricandidati o comunque resterebbero fuori da un parlamento a ranghi ridotti. Ad essere tentati, in questo caso, sono in molti, non esclusi i grillini, che non a caso sono in queste settimane il gruppo più nervoso e indisciplinato; ma anche nelle file di Forza Italia non mancherebbero convergenze di interessi. Al voto si andrebbe con la legge attuale, che prevede uno sbarramento minimo, al 3%, alla portata di Italia Viva e di altri gruppuscoli già nati o in via di formazione. Tutte incognite di un rebus da risolvere entro gennaio,

di Guido Bossa

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