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Manca poco più di anno al semestre bianco il periodo nel quale il Capo dello Stato non può sciogliere le Camere. Il Presidente del Consiglio ha quindi davanti agli occhi questa scadenza per continuare la sua navigazione ed evitare le trappole che troverà lungo il percorso. Il problema principale da affrontare resta quello legato alla crisi economica che pesa su imprese e famiglie dopo gli effetti nefasti del coronavirus. Il suo punto di debolezza è quello di non avere un partito alle spalle e dunque è costretto alle prove di equilibrismo tra Cinque Stelle e PD e contemporaneamente deve tenere a bada il sempre imprevedibile Renzi. Il punto di forza è per adesso l’aiuto dell’Europa con i fondi che finora sono stati stanziati. Bruxelles non si è comportata da matrigna. E’ vero che il negoziato è ancora in corso ma stavolta è difficile scaricare colpe ed inefficienze sull’Europa che sulla crisi Covid non è stata a guardare. L’Unione si è messa in moto e adesso sta al nostro paese mettere a frutto queste aperture. Conte su questo terreno si può anche avvantaggiare dalle divisioni nel centrodestra con Berlusconi pro Europa e Salvini e Meloni che restano contrari a questa Unione. La novità ulteriore potrebbe arrivare dallo stesso premier che molte voci danno pronto a far nascere un suo movimento. Tra smentite e retroscena ci sono personaggi che ci stanno lavorando. Ex cinque stelle ed eterni democristiani si stanno muovendo come ad esempio Bruno Tabacci convinto che quando si tratterà di andare alle urne dovrà nascere all’interno del centrosinistra una formazione più centrale di rito popolare che dovrà ruotare attorno alla sua leadership. Conte potrebbe quindi occupare lo stesso spazio politico di altri Presidenti del Consiglio che arrivati da tecnici a Palazzo Chi ne sono usciti da leader politici. E’ accaduto a Lamberto Dini a metà degli anni novanta e a Mario Monti nel 2013. Esperienze non proprio fortunate e durate molto poco. Ma al di là dell’eventuale e futuribile nuova formazione politica Conte guarda per il momento ai suoi Stati Generali sull’economia convocati questa settimana. Da questo consesso dovrebbero arrivare proposte e suggerimenti. Dopo lo shock del coronavirus, il crollo economico provocato dal lockdown le tensioni all’interno della coalizione sono tornate ad acuirsi e il governo deve trovare la strada giusta per uscire non solo dall’emergenza ma anche dalla fase successiva, una sfida che la maggioranza dovrebbe affrontare con convinzione e non per mancanza di alternative. Imprese e famiglie hanno bisogno di aiuti certi e non di un lungo elenco di buone intenzioni. Qualche giorno fa è stato l’anniversario dei quarant’ anni dalla scomparsa di Giorgio Amendola, uno storico dirigente e parlamentare comunista e il suo compagno di partito Emanuele Macaluso, classe 1924, in una intervista alla Stampa ha fatto un parallelo tra i politici del passato e gli attuali sostenendo che “oggi è assente la capacità di visione d’insieme e di sintesi politica che era propria di personaggi come Amendola. Il premier Conte è molto responsabile ed abile ma non ha alle spalle né un partito né l’apprendistato politico. Roberto Gualtieri, ministro dell’economia, è un tecnico di altissimo livello come lo è Giuseppe Provenzano che occupa il dicastero per il Sud. Ma dietro di loro non ci sono i partiti che invece ancora oggi sono il nerbo della politica in Inghilterra, Spagna e Germania”.  Una Repubblica senza partiti rischia di più perché le discussioni noni si ricompongono. Un tempo presa una decisione si mettevano da parte le divergenze che pure c’erano state. Oggi – come dice Macaluso – i politici non smettono mai di litigare. E lo stallo è assicurato.

di Andrea Covotta

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