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C’è un’altra sfida tutta politica che si è giocata sullo stesso tavolo in cui si disputava il braccio di ferro fra il governo e la famiglia Benetton sul destino di Aspi e delle concessioni autostradali; ed è la competizione per l’egemonia sul Movimento Cinque Stelle e su quel che resta del suo elettorato. Protagonisti Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, alleati contro i Benetton ma avversari di fatto per la conquista della leadership sulla componente di maggioranza dell’alleanza giallorosa, sempre meno movimento e sempre più partito, anche se perennemente alla ricerca di un profilo programmatico consolidato. Le cronache della lunga nottata fra martedì e mercoledì parlano di toni accesi fra il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri, ma anche senza dar credito a ricostruzioni forse colorite, basta attenersi alle dichiarazioni ufficiali dei due leader per valutare un dissenso palpabile. Quello che per Giuseppe Conte è stato un capolavoro, “qualcosa di straordinario”, per Luigi Di Maio è un risultato solo “soddisfacente” che andrà spiegato bene al mondo grillino, il quale rischia di non capire perché, dopo tanto parlare di revoca della concessione, proprio su quel terreno c’è stato un arretramento. Il nodo è quello del consenso. Per conquistarlo, Conte ha drammatizzato lo scontro con i Benetton facendosi paladino di una posizione fortemente identitaria e come tale riconosciuta da quella parte della base dei Cinque Stelle che vede il mondo diviso in due: il bene tutto da una parte, il male dall’altra, senza possibilità di dialogo o transazione. In una intervista al direttore del “Fatto” pubblicata alla vigilia della maratona notturna di palazzo Chigi, Conte aveva escluso categoricamente l’ipotesi di una convivenza dello Stato con i Benetton nella stessa società; la soluzione trovata, alla fine, prevede invece la permanenza almeno temporanea del concessionario privato accanto al nuovo investitore pubblico. Di qui probabilmente la delusione di Di Maio ma, a prescindere dal risultato, quel che conta nella vicenda è il messaggio lanciato all’esterno: le storiche battaglie grilline sono patrimonio politico del premier, oggi come non mai “avvocato del popolo”, immune dalle tentazioni compromissorie dell’ex capo politico, emerse in occasione di alcuni incontri “istituzionali” con personaggi quali Mario Draghi, Enrico Letta e il plenipotenziario della famiglia di Ponzano Veneto. L’immediato plauso di Alessandro Di Battista alla soluzione imposta da Conte per il rebus Autostrade, conferma che nel movimento due anime si stanno confrontando, e la dialettica è destinata a protrarsi nel tempo, perché in vista della battaglia d’autun – no quando, come molti ritengono, si dovrà decidere sulla permanenza di Giuseppe Conte a palazzo Chigi, è comprensibile che l’attuale inquilino, espressione dei Cinque Stelle ma fino a ieri considerato a tratti un “esterno”, si voglia rafforzare assecondando le ali più estreme dei gruppi parlamentari grillini lanciando una sorta di Opa amichevole. Saremmo al paradosso per cui il vertice del governo contesterebbe una deriva “governista” del movimento; ma tant’è. Quel che appare certo è che fra i due – Conte e Di Maio – uno solo pare destinato a sopravvivere (politicamente). E intanto già si intravedono gli altri terreni di gioco: elezioni regionali e Mes. Una riproposizione vincente dell’alleanza giallorosa in alcune regioni (Liguria e Puglia, per esempio) puntellerebbe il governo e Conte; se poi quest’ultimo riuscisse (vedremo come) a far trangugiare a tutti, anche ai più renitenti, il ricorso al Fondo salva Stati, avrebbe compiuto il suo capolavoro. Magari a costo di tornare “responsabile” e “governista”.

di Guido Bossa

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