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Il titolo del romanzo dello scrittore ungherese Arthur Koestler, (pubblicato in lingua inglese nel 1941), è l’aforisma più appropriato per descrivere le insidie e le incertezze del tempo che stiamo vivendo. Mentre la pandemia ha ripreso la sua corsa in tutto il mondo, specialmente nei paesi europei che ci circondano, facendosi beffe delle misure di contenimento impiantate a fasi alterne un po’ dappertutto, costringendo la Germania a decretare un lockdown totale per 20 giorni, nel nostro Paese le misure restrittive adottate hanno rallentato la corsa del morbo ma non sono riuscite ad ottenere un decremento significativo. Per questo viviamo nell’incertezza e non sappiamo se nel tempo di Natale i genitori potranno vedere i figli o, viceversa, se i figli potranno vedere i genitori o le altre persone care. Una situazione così oscura non sarebbe stata mai immaginabile se non in un tempo di guerra, del resto l’ISTAT ci informa che nell’anno orribile che sta per passare in Italia ci sono stati 700.000 morti, come nel 1944 durante la fase più cruenta della guerra.

La tragedia della pandemia ci pone dinanzi agli interrogativi di fondo che costituiscono la ragione di senso della vita di una comunità politica organizzata in Stato: la salvaguardia della vita e la tutela dei diritti fondamentali delle persone (salute, lavoro, sicurezza sociale).

Di fronte a questi interrogativi spicca l’irresponsabilità del ceto politico italiano, chiuso nei giochi di palazzo. Come ha osservato Gaetano Azzariti (il manifesto 17/12/20): “Da un lato, centinaia di morti al giorno, l’impossibilità di curarsi (e non solo nel caso di covid), la precarietà delle condizioni materiali (economiche, ma anche esistenziali); dall’altro, le polemiche scomposte, i “posizionamenti” dei vari soggetti politici, la ricerca di visibilità mediatica, l’acidità della battuta sprezzante. Stiamo assistendo al tramonto della politica come “governo della polis” e al trionfo della autonomia autoreferenziale dei soggetti governanti.

Del resto come potrebbe diversamente giudicarsi la minaccia del leader di Italia viva di aprire una crisi politica dirompente proprio nel momento in cui massima dovrebbe essere la compattezza fra le forze politiche e i livelli istituzionali a fronte della necessità di resistere alla pandemia e ai disastri economico sociali dalla stessa generati?

Certamente in questo tempo sospeso ci sono delle sfide con le quali tutte le forze politiche dovrebbero confrontarsi. Quale mondo ci attende all’uscita della pandemia? Vogliamo ripristinare il sistema economico-produttivo che ha avvelenato la terra e sta producendo un disastro climatico oppure bisogna costruire un mondo nuovo dove la vita sia garantita ed assicurata la salvezza alle generazioni future? A fronte delle risorse ingenti mobilitate dall’Europa e della possibilità di dare il via ad un imponente piano di investimenti pubblici, occorrerebbe un serio dibattito pubblico sulle scelte da compiere per avviare concretamente la transizione ecologica e assicurare benessere e lavoro per tutti. Non sono questi i temi del confronto politico posti sul tappeto da chi l’anno scorso si è battuto per bloccare una minitassa sulla produzione delle plastiche ed oggi appare interessato soltanto a far prevalere il suo interesse particolare. Persino la questione serissima della insufficienza degli investimenti da destinare al sistema sanitario viene agitata in modo strumentale. Pretendere il ricorso ai crediti assicurati dal MES è un modo per far saltare il tavolo, trattandosi di questione che riveste un carattere identitario irrinunciabile per un aggregato politico senza identità quale il Movimento 5 Stelle.

Soffiare sulla crisi di governo, al di fuori di circostanze che la impongano, è un gioco d’azzardo foriero soltanto di effetti negativi e idoneo a comprometterebbe la fiducia nella capacità del nostro Paese di adempiere ai gravosi impegni richiesti dalla congiuntura in atto. Trasforma la politica in un reality show sullo sfondo del quale scompaiono i bisogni e i diritti dei cittadini in questa drammatica congiuntura in atto. Oggi più che mai abbiamo bisogno da parte di tutti (cittadini, politici, istituzioni) di una testimonianza viva e tangibile di adesione all’etica repubblicana, quale risulta mirabilmente scolpita nella tavola dei valori dell’ordinamento costituzionale.

di Domenico Gallo

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