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Di Somma: “Il futuro? La promozione in Serie B”

Percorsi – La rubrica a cura di Monia Gaita

Salvatore Di Somma ha svolto l’attività di calciatore nel ruolo di difensore fino al 1984. Ha allenato e diretto diversi club . È attualmente direttore sportivo dell’Avellino Calcio

Com’è nato l’amore per il calcio?

Il calcio è nato con me. Fin da bambino giocavo per strada, nei rioni di Castellammare di Stabia. Una passione che per me era tutto.

Diteci della vostra infanzia

Provengo da una famiglia numerosa. Papà faceva il bidello nella scuola elementare di Castellammare, mamma era casalinga. Eravamo 5 figli; oggi siamo rimasti 4 per la perdita di Giovanni, il mio fratello maggiore, anche lui appassionato di calcio: giocava nell’interregionale. Adesso ci sono Catello, Mimmo ed Enza. La mia era una famiglia molto unita. Le difficoltà economiche c’erano, ma avevo dei genitori meravigliosi che si sacrificavano tanto. Ci hanno inculcato il senso della disciplina, ci hanno insegnato l’amore e la dignità. Papà si chiamava Gabriele ed era un tifoso sfegatato della Juve Stabia. Mi seguiva ovunque. Quando ho iniziato a giocare nel campionato interregionale non si perdeva una partita. In campo le gare erano accese e quando a volte venivo preso a parolacce da qualche avversario, avevo paura che potesse litigare per colpa mia. Era il mio più accanito e convinto sostenitore. Ci teneva molto che non tornassi tardi la sera. Quando succedeva si faceva trovare dietro alla porta.

Quando avete capito che potevate farcela?

Ero un ragazzino e giocavo nel Rovigliano, club di un rione periferico tra Castellammare e Torre Annunziata. Era una società che aveva scovato alcuni buoni talenti. Un giorno un dirigente chiamò mio padre e gli disse: “Ci sono due società che vogliono Salvatore, la Fiorentina e la Juve Stabia”. Io scelsi subito la Juve Stabia dove debuttai in interregionale, l’odierna Serie C, a 15 anni. Fu allora che capii che potevo fare seriamente.

Com’è stata l’esperienza da calciatore ad Avellino?

Venni acquistato dall’Avellino nel 1977 e ottenemmo la promozione in Serie A proprio nel campionato 1977/78. Rimasi ad Avellino per 7 anni. Il passaggio alla massima divisione fu un momento esaltante. C’era Iapicca come presidente e Carosi come allenatore. La Serie A non è arrivata per caso, me la sono guadagnata, l’ho conquistata con tenacia e costruita nel tempo con determinazione costante. Avellino e tutta la provincia mi hanno accolto con calore. Ho un forte legame con questa città che è la mia città, la città in cui vivo. Mia moglie, le mie 4 figlie e gli 8 adorati nipotini vivono a Castellammare. Vado da loro almeno una volta a settimana, ma non lascio Avellino. Mi sono sempre rifiutato di andare altrove. Come calciatore ho ricevuto offerte anche dal Napoli, dalla Lazio, dalla Sampdoria, dalla Fiorentina, ma ho preferito restare qui ad Avellino. Al termine della carriera nel 1984, la società mi chiese subito di proseguire come direttore sportivo. Contemporaneamente il Perugia e il Palermo che militavano in B, mi proposero di giocare con loro. Io rifiutai perché avevo promesso a me stesso di finire il mio percorso con l’Avellino. Non volevo indossare un’altra maglia che non fosse quella dell’Avellino.

In cosa consiste il lavoro del direttore sportivo?

Il direttore sportivo deve fare gli interessi della proprietà e individuare i calciatori adatti. Deve intuire se un ragazzo di categoria inferiore è pronto per il salto di qualità. Il mio ruolo non si ferma alla scelta e alla valutazione dei calciatori o all’adozione di definite strategie, devo anche capire provando a risolverle, le problematiche interne al gruppo e nei rapporti con l’allenatore. Io vivo le situazioni dell’Avellino 24 ore su 24. Cerco di mediare tra i calciatori e l’allenatore e fungo da cuscinetto tra la società e la squadra.

Avevamo creduto nella promozione

Ci avevamo creduto tutti, ma non posso rimproverare nulla ai miei ragazzi. Hanno dato il massimo. Gli ostacoli da affrontare sono stati tanti. Mi sono ritrovato all’inizio senza calciatori, con una squadra competitiva da allestire in 20 giorni. Non è stato semplice. Ho cercato di selezionare degli uomini ancor prima dei calciatori, e ci sono riuscito. Sono persone perbene che hanno fatto del loro meglio per difendere questa maglia. Non dimentichiamo poi, che abbiamo anche avuto 20 giocatori affetti dal Covid. E comunque sono certo che se non ci fosse stata la Ternana, avremmo avuto concrete possibilità di vincere il campionato.

Programmi per il futuro?

Dobbiamo impegnarci e lavorare bene. Con 5, 6 innesti potremo migliorare l’organico. Avellino merita la promozione in B e la famiglia D’Agostino cui va la mia sconfinata stima, sta facendo tantissimo per questo obiettivo. Non è facile, e soprattutto, nulla è scontato o dovuto. Ci sono squadre che investono 20/30 milioni e magari poi la promozione non arriva. Certamente noi lotteremo con forza per realizzare questo sogno.

Che rapporto avete con i tifosi?

I tifosi sono straordinari. Con il Padova, malgrado il Covid, fuori dallo stadio c’erano circa 5 mila tifosi. In nessuna città al mondo può esistere una manifestazione d’affetto così. I calciatori sono rimasti colpiti e commossi da questa imponente mobilitazione. Ora non dobbiamo perdere la recuperata compattezza della tifoseria. I nostri tifosi capiscono se la squadra onora la propria maglia. Quella dell’Avellino è una maglia gloriosa, bisogna sudarla. Se non la difendi e non ti batti la tifoseria diventa ostile. C’è stato un periodo in cui i tifosi si erano un po’ sbaragliati, adesso hanno ritrovato l’unità perduta.

Cosa consigliate ai ragazzini che vogliono fare questo mestiere?

Innanzitutto do un consiglio ai genitori: Lasciate liberi i vostri ragazzi, non pressateli, lasciateli vivere. E attenti ai tanti procuratori che lucrano sulla pelle dei più piccoli vendendo speranze e illusioni. Attorno ai più giovani ruotano interessi economici enormi e gravitano anche speculatori senza scrupoli. L’atteggiamento giusto è andare avanti con serenità e umiltà nella consapevolezza che se un ragazzo ha realmente la stoffa, prima o poi verrà notato.

 

 

 

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