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Chi fa politica ha spesso l’obiettivo di blandire l’opinione pubblica, evitando con cura di dire cose spiacevoli, meglio una dolce bugia che un’amara verità. L’altra ragione è quella di ricercare la vittoria ad ogni costo, l’opposto di quel che ripeteva Mino Martinazzoli “la politica non può essere solo un pallottoliere”. Il prossimo 4 settembre saranno passati dieci anni dalla sua scomparsa. E’ passato alla storia politica come l’uomo che ha chiuso la Democrazia Cristiana, riscoprendo il popolarismo di Don Sturzo e come l’avversario più tenace di Berlusconi al punto che quando il “cavaliere” decide di scendere in politica pronuncia una frase quasi profetica: “da questo momento la politica non si occupa più dei bisogni ma degli interessi e, quando ci sono di mezzo gli interessi, vince sempre il più forte”.  Ci mancano le sue riflessioni e il coraggio di andare controcorrente, la sua idea di una politica mai superficiale, mai semplicistica perché i problemi non si possono solo declinare ma devono essere risolti. Alcune frasi che Martinazzoli pronuncia nella sua lunga stagione politica sono taglienti e colte: “Il popolo non è audience”, “Ho una faccia, una sola e di questi tempi è abbastanza”, “Occhetto sarebbe anche simpatico ma quando va in TV assume un’aria melodrammatica da librettista verdiano”, “Berlusconi dovrebbe continuare ad occuparsi delle sue aziende e lasciare ad altri l’attitudine per la politica che non procede mai per linee rette”. Rileggendole oggi, si configurano come l’emblema della politica che Martinazzoli ha caparbiamente inseguito. Fotografie ironiche e quanto mai veritiere di come la politica sia ormai decaduta; la semplificazione mediatica ha preso il sopravvento rispetto a un dibattito articolato, la velocità è diventata sinonimo di modernità e la lentezza di vecchiaia. La pazienza è, invece, una virtù che va perseguita e ricercata per ricomporre un tessuto di interessi comuni e, senza questa necessaria mediazione, la politica rischia di scivolare in un conflitto senza regole che fa emergere tendenze plebiscitarie. Condivide, con molti suoi amici e avversari di allora, l’idea che senza i partiti è impossibile dare vita ad una democrazia solida con il rischio, come è accaduto, di dare spazio a movimenti mossi principalmente dall’interesse personale e che hanno prodotto un ulteriore frattura con l’opinione pubblica. L’accusa principale a Martinazzoli è quella di essersi dimesso da segretario del partito popolare dopo la sconfitta elettorale nel 1994, in modo anomalo, inviando dalla sua casa di Brescia un fax senza nemmeno convocare una direzione per spiegare le sue ragioni. In realtà Martinazzoli aveva capito in anticipo che una stagione si stava inesorabilmente chiudendo e in un articolo per il “Popolo” scrive che si può ricominciare, ma con pazienza e senza troppa fretta e cita Sturzo: “quando il vento soffia da una parte, si può provare a resistere, ma il vento soffia dove vuole”.  Martinazzoli non intende occupare un vuoto piuttosto vorrebbe riempirlo con contenuti nuovi convinto che la politica è fatta di valori e di progetti, non di spot pubblicitari. Il Partito Popolare finisce troppo presto mentre oggi molte delle sue ragioni sarebbero attualissime e potrebbero rappresentare un punto di ripartenza.  Nel ricordare la sua figura il Capo dello Stato Sergio Mattarella, che è stato suo grande amico, mette in evidenza “un concetto che Martinazzoli esprimeva, quello della mitezza della politica. La politica mite non è affatto debole, al contrario è propria di chi, convinto della forza e del valore delle proprie opinioni, non teme di confrontarle con quelle degli altri e non pretende di imporgliele. E’ questo l’atteggiamento che induce ancora una volta alla coesione, a trovare sempre, con forza, le ragioni che uniscono piuttosto che quelle che separano e dividono”.

di Andrea Covotta

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