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Più si avvicina l’elezione del nuovo capo dello Stato e più il clima si fa rovente negli schieramenti. Non è ancora chiaro come si uscirà dall’incrocio tra Palazzo Chigi e Quirinale. Il tema è come dare continuità a quanto è stato fatto e rimane da fare e come garantire le istituzioni senza compromettere la sopravvivenza di una coalizione di governo così eterogenea dove ogni leader è alle prese con i problemi interni al proprio partito. Salvini deve fronteggiare la rivalità con i governatori del Nord e con Giorgetti, un film che assomiglia alla versione aggiornata del duello tra Berlusconi e Fini all’interno dell’allora polo delle libertà. Enrico Letta vive una sorta di tregua armata con il gruppo dei cosidetti renziani che sono rimasti nel PD. I Cinque Stelle sono alle prese con una “balcanizzazione” interna e con gruppi parlamentari ormai quasi incontrollabili. Ragionare su come terminare la legislatura e su chi indicare alla Presidenza della Repubblica è un disegno molto complicato. Mattarella ha mostrato in questi giorni, se ce ne fosse bisogno, una certa lontananza dall’attaccamento al potere e all’attitudine al mercanteggiamento. C’è però un dato oggettivo, negli ultimi 30 anni di vita politica italiana il ruolo del Capo dello Stato è cresciuto anche come diretta conseguenza della fragilità del sistema dei partiti. Scalfaro, Ciampi, Napolitano e oggi Mattarella hanno dovuto fronteggiare e risolvere situazioni di emergenza esercitando sempre funzioni e prerogative previste dalla Costituzione. L’album dei possibili candidati al Quirinale è piuttosto affollato e se fino a qualche giorno fa in molti guardavano a Mario Draghi, in queste ore invece si moltiplicano gli appelli per farlo restare a Palazzo Chigi e nei fatti è stato trasformato da “uomo della necessità in uomo della provvidenza”. Una caratteristica tipica del nostro Paese che a volte eccede in trionfalismo e che da anni ormai si aggrappa al leader di turno perché la politica dei partiti è sempre più debole. Il rischio per Draghi è snaturare il suo profilo di “riserva della Repubblica” e infilarlo nel tritacarne di giochi che non giovano a lui e al Paese anche perché c’è il forte pericolo di sottovalutare il peso dei tanti “peones” parlamentari terrorizzati dallo scioglimento delle Camere e che potrebbero bocciare il premier a voto segreto. Un vecchio saggio come l’ex parlamentare socialista Rino Formica sostiene che “una candidatura di Draghi in quel modo sarebbe un’avventura. Ma c’è da preoccuparsi anche quando si sente che la soluzione potrebbe essere il congelamento dei due Presidenti, il rinvio di ogni questione. In altre parole ci teniamo il Capo dello Stato che c’è, il capo del governo che c’è e che Dio ce la mandi buona. Ma così rischiamo: se si parla di una proroga del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio significa che il sistema in qualche modo è in blocco”. In attesa di un pronunciamento di Draghi, i partiti devono decidere come risolvere un risiko già difficile in tempi ordinari e assai complicato in tempi straordinari, partendo dal presupposto che, tutte le ragioni di default della politica che hanno spinto Draghi a Palazzo Chigi non sono state risolte, ma anzi forse si sono moltiplicate. Al di là del nome di Draghi o di una personalità con le sue caratteristiche occorrerebbe trovare un regista per evitare che la corsa si trasformi in una lotteria. E’ stato così nel 2015 quando Renzi ha fatto il king maker di Mattarella e in tempi più lontani, identico ruolo hanno svolto, ad esempio, De Mita nell’elezione di Cossiga nel 1985 e Veltroni in quella di Ciampi nel 1999.  Un metodo che ha dato i suoi frutti e che servirebbe anche oggi.

di Andrea Covotta

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