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Il ciclone che dopo la partita del Quirinale si è abbattuto sulle coalizioni apre giochi politici dagli esiti imprevedibili. I partiti, fatta eccezione per PD e Fratelli d’Italia, oggi, sono tutti più deboli rispetto all’inizio della legislatura. Sarà difficile ricucire i rapporti interni al centrodestra dove si accentuerà lo scontro tra Salvini e Giorgia Meloni. Venanzio Postiglione ha scritto che siamo in pieno spirito pirandelliano, il centrodestra ha forse i voti ma non una classe dirigente, il centrosinistra ha una classe dirigente ma forse non ha i voti. Partiti e coalizioni sono, insomma, nettamente più fragili rispetto solo a qualche settimana fa. Draghi, un tecnico, è in testa nel gradimento dei sondaggi e sovrasta tutti i leader di partito. Occorre dunque interrogarsi sul declino e ritrovare un’identità perduta. Nel tempo gli italiani si sono innamorati politicamente di Berlusconi, di Renzi, di Grillo, di Salvini e oggi della Meloni inseguendo non un modello duraturo ma solo un’esigenza di rinnovamento. Il paradosso è che a forza di parlare di rottamazione in nove anni il Parlamento ha rieletto per due volte lo stesso Presidente della Repubblica e una legislatura nata all’insegna del cambiamento si ritrova oggi ad avere lo stesso Capo dello Stato, l’ex governatore della BCE al governo e Giuliano Amato, premier nel ’92, alla guida della Corte Costituzionale. Altro che rivoluzione è la vittoria dell’establishment. La ripartenza è affidata, tanto per cambiare, ad una nuova legge elettorale. Tutte le precedenti sono durate molto poco. Adesso va di moda il ritorno al sistema proporzionale che ovviamente non risponde ad un’esigenza di rinnovamento quanto al bisogno di protezione, di tornare indietro. L’obiettivo è quello di disarticolare le coalizioni vissute come camicie di forza. Non c’è più un leader capace di tenere insieme il centrodestra come ha fatto Berlusconi. I tre partiti marciano divisi con Salvini e la Meloni che guardano allo stesso elettorato mentre Forza Italia oscilla tra il restare nel vecchio campo e provare a giocare nel terreno centrista che però al momento è solo una somma di sigle e di generali con poche truppe. In comune hanno la stessa fede nell’Europa e potrebbero avere anche la stessa casa nel partito popolare europeo ma occorre rimuovere diffidenze e scetticismo reciproco tra i tanti leader che affollano quest’area. Il leader più in difficoltà è però Salvini, uscito alquanto ammaccato dalla partita del Quirinale, iniziata al grido di “è ora di un presidente di centrodestra” e finita con il Pd incredibilmente sul Colle per un totale di 23 anni, dal 2006 di Napolitano al possibile 2029 di Mattarella. Partito democratico e Cinque Stelle sono, per ora, solo un’ipotesi di coalizione. Governano insieme dal 2019 ma l’esperimento non si è mai concretamente realizzato a livello locale tranne qualche limitata eccezione. I grillini non sono più quelli del “vaffa” e non vogliono più aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, perché in quell’aula ci stanno benissimo e non vorrebbero più lasciarla. E adesso dopo la sentenza del tribunale di Napoli sono un movimento senza alcuna guida visto che Conte è stato sospeso in via cautelare e la tensione tra l’ex premier e Di Maio crea un ulteriore fibrillazione.  Una situazione che ha dei riflessi anche nel partito democratico che è al governo praticamente dal 2011, escludendo la breve parentesi giallo-verde, pur non avendo mai vinto un’elezione. Si è abituato a giocare solo di rimessa, unico modo per far convivere le tante anime che ribollono al proprio interno. In questa confusione generale è difficile individuare una strada che porti a riorganizzare partiti e soggetti politici che restano elementi imprescindibili per far vivere una democrazia parlamentare.

di Andrea Covotta

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