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Di Monia Gaita

La liberazione dal regime nazifascista il 25 aprile 1945 mi porta a chiedermi: “Abbiamo definitivamente sconfitto quel sistema di corruttele, di clientele, di sopraffazioni, di padroni e sudditi ubbidienti tipici di quell’ideologia corporativa e autoritaria? Si può ravvisare ancora oggi la persistenza di aspetti per i quali quella esperienza, storicamente circoscritta e definita, non può dirsi conclusa?” Gabriele D’Annunzio coniò nel 1918 l’espressione “Vittoria mutilata” per indicare quei territori illegittimamente negati al Regno d’Italia (la Dalmazia e la città di Fiume). Oggi possiamo parlare di “liberazione mutilata” per la mancata aggiudicazione da parte della comunità civile di quei valori basilari che ne dovrebbero reggere e guidare forme e percorsi evolutivi. Le riproposizioni del Fascismo ci passeggiano accanto: l’intolleranza abilitata dalla difesa strenua del proprio io, la mortificazione della cultura, l’aggressività che soffoca le voci del dissenso con chiusure, sbeffeggi e insulti. La “liberazione mutilata” trova il suo perfetto palcoscenico nei partitini al potere per i quali il consenso popolare è la plastilina da modellare per ribadire posizioni, vantaggi e tornaconti personali. La spinta reazionaria del Fascismo séguita a nutrire i discorsi della gente, ad allevarne interessi egoistici e privati sboccando nella propaganda e nella retorica di certa politica vieta che crede di risolvere con l’odio gli squilibri profondi e le drammatiche iniquità sociali. C’è rancore nei rapporti interpersonali e una lunga scia di diffidenza per i nostri simili, occupanti abusivi di uno spazio sempre più ferito e minacciato. Ci muoviamo tra gli aculei di una turbolenta congiuntura economica dove il crollo delle prospettive di lavoro s’incrocia con l’amputazione dei valori della solidarietà e del rispetto. Accatastiamo cumuli di paure e di malessere che ci allenano a guardare l’altro come un nemico da combattere. A rianimare la democrazia ci vuole coraggio, lo stesso coraggio che la Resistenza partigiana oppose agli invasori tedeschi. Non possiamo capitolare davanti a un mondo sempre più insulso in cui la partitocrazia non assume la decisione più buona e più giusta, ma quella che il popolo vuole, fosse pure la peggiore. Ma dimentichiamo una cosa importante: “La politica non si annida nei patti di potere e le nazioni non progrediscono truffando la libertà dei molti”. Quando i princìpi vengono manipolati dai potenti riescono a giustificare i crimini più orrendi. Oggi siamo insidiati da parecchi pericoli. La detenzione monopolistica dei pensieri esercitata dai gruppi dominanti, comprime ogni giorno la libertà a vari livelli. A gravare sul bilancio della libertà interviene l’indolenza generale: si è affievolita la voglia di lottare. Abbiamo perso la sovranità delle scelte, l’abbiamo svenduta alle logiche del profitto. Se il cono delle libertà si assottiglia come accadeva col Fascismo, conta poco. Nell’illusione collettiva di non essere più schiavi, sorvoliamo sul nostro stato reale: siamo tutti bendati e incatenati. Prigionieri di armature invisibili senza cariche esplosive. Debitori insolventi di una libertà che non abbiamo ancora pienamente realizzato.

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