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A piazza Kennedy TecnoArt trasforma tessuti e materiali di recupero in una grammatica della creatività

L’iniziativa ha portato nel cuore della città una domanda che è insieme ambientale, culturale e profondamente umana: che cosa accade quando decidiamo di non considerare perduto ciò che abbiamo già usato?

di Rosa Bianco

Ci sono momenti in cui una città riesce a raccontare il proprio tempo non attraverso le parole, ma attraverso la capacità di trasformare ciò che normalmente viene scartato.

È accaduto ad Avellino, a Piazza Kennedy, con TecnoArt – L’Arte incontra la Tecnologia, una giornata nella quale tessuti, vecchi componenti informatici, legno riciclato, colori e materiali di recupero hanno smesso di essere semplicemente ciò che non serve più per diventare materia di una nuova narrazione artistica. L’iniziativa, svoltasi il 27 settembre, con il patrocinio del Comune di Avellino e dell’Associazione Insieme Per Avellino e l’Irpinia, ha portato nel cuore della città una domanda che è insieme ambientale, culturale e profondamente umana: che cosa accade quando decidiamo di non considerare perduto ciò che abbiamo già usato?

La risposta di TecnoArt è stata concreta: si può trasformare.

Trasformare un capo dimenticato nell’armadio in un oggetto irripetibile. Un circuito elettronico in un frammento decorativo. Un cavo in una linea. Un tasto di computer in un segno. Un pezzo di legno destinato allo scarto in uno strumento capace di produrre musica.

È questa la vera intuizione dell’evento: mettere in dialogo due mondi che siamo abituati a considerare lontani, l’arte e la tecnologia, per dimostrare che possono invece incontrarsi proprio nel territorio comune della creatività e della sostenibilità.

Ad aprire il pomeriggio sono stati i saluti della vice sindaca di Avellino Anna D’Aliasi e del presidente dell’Associazione Insieme Per Avellino e l’Irpinia Pasquale Luca Nacca, seguiti dal talk con il consulente informatico Marco Famiglietti, la stilista upcycling Sarah Limone, 22designer, e la docente di Storia dell’Arte Emanuela Conforti.

Non una semplice introduzione teorica, dunque, ma l’avvio di un percorso nel quale competenze differenti hanno provato a costruire un linguaggio comune.

E forse è proprio questa interdisciplinarità uno degli aspetti più interessanti di TecnoArt. Perché il futuro della sostenibilità non può essere affidato soltanto alla tecnologia, così come la cultura ambientale non può rimanere confinata alle dichiarazioni di principio. Occorre educare a guardare diversamente le cose.

Anche un abito.

Anche un computer.

Anche ciò che abbiamo smesso di utilizzare.

L’abito come memoria

C’è poi una dimensione intimamente personale nella pratica dell’upcycling. Un vestito che non indossiamo più non è sempre soltanto un vestito vecchio. Può essere una memoria, un legame affettivo, una stagione della nostra vita.

E allora la domanda non è necessariamente: perché conservarlo?

Può diventare: come posso trasformarlo senza cancellare la storia che porta con sé?

TecnoArt ha provato a dare una risposta proprio attraverso la creatività. Durante il workshop guidato da Sarah Limone sono stati utilizzati componenti di vecchi PC, microchip, tasti, ventole, cavi e altri materiali tecnologici per creare forme, texture e composizioni sui tessuti.

L’operazione assume così anche un valore simbolico: personalizzare significa restituire identità a ciò che la logica del consumo considera superato.

È una piccola rivoluzione dello sguardo.

La moda, troppo spesso costruita sull’imperativo del nuovo, può diventare invece uno spazio di memoria, invenzione e responsabilità.

I dati internazionali spiegano perché una simile riflessione sia tutt’altro che marginale. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, il settore tessile genera ogni anno tra il 2 e l’8 per cento delle emissioni globali di gas serra, utilizza quantità enormi di acqua e contribuisce al 9 per cento dell’inquinamento da microplastiche che raggiunge gli oceani.

Ma accanto agli abiti esiste un’altra montagna invisibile: quella dei rifiuti elettronici.

Il Global E-waste Monitor di UNITAR e ITU ha registrato 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti nel 2022, con appena il 22,3 per cento documentato come raccolto e riciclato correttamente. La proiezione è di 82 milioni di tonnellate entro il 2030.

Sono numeri che raccontano una contraddizione della contemporaneità: possediamo una quantità crescente di tecnologia e, contemporaneamente, produciamo una quantità crescente di ciò che la tecnologia lascia dietro di sé.

TecnoArt non pretende certamente di risolvere un problema planetario attraverso un laboratorio artistico. Ma compie qualcosa di altrettanto importante sul piano culturale: modifica la percezione del rifiuto.

E modificare la percezione è spesso il primo passo per modificare i comportamenti.

Dal circuito alla forma, dal legno alla musica

Alle 16.30 l’esperienza ha assunto un’altra forma con il laboratorio della musicista e liutaia Mayumi Ueda, dedicato alla realizzazione di piccoli strumenti musicali attraverso legno riciclato e materiali di recupero.

Anche qui la materia ha compiuto una metamorfosi: ciò che era destinato a essere dimenticato ha trovato una nuova voce.

Ueda ha inoltre curato il sottofondo musicale dell’intera giornata, facendo della musica non un semplice accompagnamento, ma una componente integrante dell’esperienza.

È un dettaglio tutt’altro che secondario. Perché TecnoArt non ha costruito una semplice esposizione di oggetti riciclati: ha cercato di costruire un’esperienza sensoriale e comunitaria, nella quale il pubblico fosse chiamato a partecipare, creare, osservare e condividere.

Alle 17.30 è arrivata la Mostra Pittorica di Artisti Locali, curata da Emanuela Conforti, con le opere di Ines De Leucio, Alessandra De Luca, Carmine Grasso, Gaetano Maffeo, Vincenzo Matarazzo, Gerardo Russo e Rosalia Talamo.

E, a seguire, la performance di Body Art di Vivian Belmonte, con la modella Martina Spinapolice e il violoncellista Pasquale Termini.

Anche qui le arti non sono rimaste separate. Pittura, corpo, musica, moda, tecnologia e materiali di recupero hanno finito per abitare lo stesso spazio.

È forse questa la parola più appropriata per raccontare TecnoArt: contaminazione.

Non contaminazione intesa come perdita di identità, ma come possibilità di incontro.

Una città che impara a riusare lo sguardo

Alle 19, la presentazione dei lavori realizzati durante i workshop ha restituito ai partecipanti il protagonismo dell’esperienza. Ognuno ha potuto raccontare il proprio lavoro, i materiali utilizzati e il processo creativo che aveva condotto alla realizzazione dell’opera.

Ed è proprio qui che l’iniziativa acquista un significato pedagogico.

Perché insegnare il riciclo non significa soltanto spiegare dove gettare un oggetto. Significa educare a non considerare immediatamente inutile ciò che ha perduto la sua funzione originaria.

Un computer non più funzionante può contenere forme, colori, materiali, geometrie.

Un abito non più indossato può custodire una storia e diventare una superficie nuova.

Un pezzo di legno può tornare a essere musica.

È una lezione che riguarda l’ambiente, certamente. Ma riguarda anche la nostra idea di valore.

Viviamo dentro una cultura che tende a identificare il nuovo con il migliore e il vecchio con l’inutile. TecnoArt introduce una piccola, ma significativa inversione di prospettiva: il valore non è sempre nella funzione originaria di una cosa; talvolta è nella possibilità di immaginarne una seconda vita.

E questa seconda vita può essere arte.

Può essere educazione.

Può essere socialità.

Può essere persino una forma di cittadinanza consapevole.

La creatività come responsabilità

Il merito più interessante di TecnoArt è dunque quello di aver sottratto la sostenibilità al linguaggio astratto delle grandi dichiarazioni per riportarla dentro la dimensione quotidiana.

Un capo che abbiamo nell’armadio.

Un vecchio computer.

Un cavo.

Un tasto.

Un pezzo di legno.

Oggetti apparentemente insignificanti, ma che, ricomposti attraverso lo sguardo creativo, possono diventare altro.

In questa prospettiva, la sostenibilità non è soltanto rinuncia. È immaginazione.

Non è soltanto dire no allo spreco. È imparare a dire sì alla trasformazione.

Non è soltanto proteggere l’ambiente. È riconoscere che ogni materia possiede una possibilità ulteriore.

E forse è proprio questa la metafora più bella consegnata da TecnoArt alla città di Avellino: non tutto ciò che finisce deve necessariamente essere perduto.

A volte ciò che chiamiamo scarto è semplicemente una materia che aspetta un altro sguardo.

E quando quello sguardo arriva, un circuito può diventare un segno, un tessuto può diventare una tela, un legno può diventare musica e una piazza può trasformarsi in un laboratorio di futuro.

TecnoArt lascia Piazza Kennedy con l’idea di tornare. Ma lascia soprattutto una domanda, che vale molto più di una singola giornata: siamo ancora capaci di creare futuro senza continuare a consumare tutto ciò che abbiamo intorno?

La risposta, forse, non passa soltanto dai grandi programmi internazionali.

Può cominciare anche da un vecchio abito, da un computer dismesso e dalla volontà, semplicissima e rivoluzionaria, di non considerarli ancora finiti

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