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A proposito del dibattito sui paesi, Bonito (Prc): necessario ascoltare i territori

“L’Irpinia è stata anche lavoro e fabbriche ma questa storia è stata rimossa”
E’ Arturo Bonito, segretario provinciale Prc, Federazione Irpinia a intervenire nel dibattito che infuria, in questi giorni, tra chi i paesi li racconta e chi li analizza. “!Franco Arminio da una parte, Christian Raimo dall’altra. Due intellettuali, due visioni, due retoriche. E noi, come al solito, nel mezzo. Anzi, peggio. Noi sullo sfondo. Il paesaggio muto di una discussione che si svolge altrove, nelle redazioni dei giornali, nei festival letterari, nei salotti buoni della cultura italiana.

Io vivo in un paese dell’Irpinia interna. L’Irpinia è la mia casa. Leggo le parole di Raimo e le parole di Arminio, e provo un fastidio crescente. Non perché non ci siano spunti di verità. Ma perché entrambi, in modi diversi, parlano di noi senza parlarci. Ci usano. Come simboli, come esempi, come materiale per le loro tesi. E nessuno dei due, davvero, ci chiede cosa vogliamo.

Franco Arminio ha trasformato lo spopolamento in poesia, la desolazione in estetica, la morte lenta dei paesi in un’operazione letteraria di successo. Non lo nego, ha dato visibilità a terre dimenticate. Ma a quale prezzo? Il prezzo è stato la trasformazione della nostra tragedia in un prodotto culturale da consumare. I suoi libri, i suoi articoli, i suoi interventi televisivi hanno creato un’immagine dei paesi come luoghi dell’anima, scrigni di umanità sopravvissuta, isole di autenticità in un mondo omologato. Una bella favola. Ma la favola, raccontata troppo a lungo, diventa una condanna.

Perché se il paese è poetico nella sua decadenza, se il silenzio delle sue piazze è sublime per citare le sue parole, se la solitudine dei suoi anziani è struggente, allora non c’è urgenza di cambiare nulla. La poesia di Arminio, con la sua estetica della rovina, rischia di essere il canto del cigno di un mondo che muore, e che viene celebrato proprio mentre esala l’ultimo respiro. È una retorica che assolve lo Stato, che perdona l’abbandono, che trasforma la rabbia in malinconia. E noi non abbiamo bisogno di malinconia. Abbiamo bisogno di rabbia. Di quella rabbia sana che spinge a lottare, non a contemplare.
Arminio parla dei paesi come di un altrove incantato. Ma l’incanto è una gabbia. Ci vuole poeti del passato, non costruttori del futuro. Ci vuole rassegnati alla fine, non protagonisti di una rinascita. La sua è una visione che, nel migliore dei casi, ci regala un posto nel museo delle civiltà contadine. Nel peggiore, ci condanna a essere il set fotografico di un turismo mordi e fuggi che non lascia nulla se non rifiuti e frustrazione.

Dall’altra parte c’è Christian Raimo. E qui devo riconoscergli un merito: almeno lui non ci idealizza. Ma il suo sguardo, per quanto lucido, è lo sguardo di chi osserva dal finestrino di un treno ad alta velocità. Raimo ci mette in guardia dalla retorica dei paesi, denuncia il rischio di un’idealizzazione che nasconde maschilismo, alcolismo, chiusura mentale. La sua analisi è viziata da un fastidio di fondo. Il fastidio per un mondo che non si adegua, che non si modernizza, che resiste. Lui non lo dice apertamente, ma traspare. I paesi sono un problema, un residuo del passato, un peso per lo sviluppo.

È la stessa logica di chi considera le aree interne come territori di serie B, da sacrificare sull’altare dell’efficienza. È la stessa logica di chi chiude ospedali e scuole perché “non ci sono abbastanza utenti”. È la stessa logica di chi pensa che la soluzione sia spostarsi, emigrare, abbandonare. Raimo non ci odia. Semplicemente, non ci considera. Siamo per lui un oggetto di studio, non un soggetto politico. E questo è forse peggio dell’odio. L’odio almeno riconosce l’esistenza dell’altro. Il fastidio lo cancella.

Ma c’è una cosa che né Raimo né Arminio sembrano non voler capire. L’Irpinia non è solo paesi, non è solo borghi, non è solo campanili e tratturi. L’Irpinia è stata anche lavoro, produzione, progresso, lotta, conquista. Fabbriche vere, con operai veri, con lotte vere. E questa storia è stata cancellata, rimossa, dimenticata. Come se non fosse mai esistita.

Io ricordo. Ricordo quando la Valle Ufita era un polo industriale. Ricordo quando a Flumeri, a Grottaminarda si produceva, si lavorava, si lottava. Ricordo la Irisbus. La fabbrica di autobus più grande del Sud Italia. Centinaia di operai, famiglie intere che vivevano di quel lavoro. E poi la chiusura, la delocalizzazione, lo smantellamento. Anni di lotte, di presidi, di blocchi stradali, di vertenze estenuanti. Anni in cui quegli operai hanno difeso non solo il loro stipendio, ma la dignità di un’intera comunità.

La vertenza Irisbus è stata una delle più lunghe e dure della storia del Mezzogiorno. Sono passati anni, ma il dolore è ancora lì. E non è stata l’unica. C’è stata l’Ex Isochimica di Avellino, con i suoi operai morti di amianto, sacrificati sull’altare del profitto. C’è stata l’intera area industriale di Pianodardine, che un tempo dava lavoro a migliaia di persone e oggi è un cimitero di capannoni vuoti.

Questa è la storia che non si racconta. Perché la fabbrica non è poetica. La fabbrica è sporca, rumorosa, faticosa. Non produce cartoline, produce merci. E produce classe. Una classe operaia che in questa terra c’era, esisteva, lottava. E che oggi non c’è più. Non perché sia scomparsa, ma perché è stata sconfitta. Sconfitta dalle delocalizzazioni, dalla precarietà, dal ricatto occupazionale. Sconfitta dalla politica che ha svenduto il territorio al miglior offerente. Sconfitta da un modello di sviluppo che ha preferito lo spopolamento alla produzione, la rendita al lavoro.

E qui sta il punto. La lotta di classe in Irpinia non è finita perché non ci sono più operai. È finita perché gli operai non si sentono più classe. Perché gli è stato tolto tutto. Il lavoro, la dignità, la coscienza di essere parte di qualcosa di più grande. Li hanno frammentati, isolati, ridotti a individui in competizione tra loro. Li hanno convinti che il problema erano i loro compagni, non i padroni. Li hanno comprati con promesse di assunzioni mai arrivate, con corsi di formazione inutili, con ammortizzatori sociali che sono solo un’elemosina per zittire la rabbia.
Eppure, quella rabbia esiste ancora. La vedo negli occhi di chi ha perso il lavoro a cinquant’anni e non sa come pagare il mutuo. La vedo nei giovani che devono emigrare perché qui non c’è nulla. La vedo nelle vertenze che ancora si aprono, anche se nessuno ne parla. Perché le vertenze operaie in Irpinia non fanno notizia. Non interessano ai giornali nazionali. Non interessano agli intellettuali. Interessano solo a chi le vive sulla propria pelle.

Quello che né Raimo né Arminio riescono a vedere, è la vera natura della violenza che subiamo. Non è solo abbandono. È un progetto. Noi non siamo stati dimenticati. Noi siamo stati scelti. Scelti come terra di sacrificio per un modello di sviluppo che non ci appartiene e che ci divora.
Parliamo del colonialismo energetico? Ci avevano promesso lavoro, sviluppo, ricchezza. E invece sono arrivati i signori del vento, con i loro progetti calati dall’alto, le loro promesse da piazzisti, i loro contratti capestro. Hanno comprato terreni a prezzi ridicoli. Hanno promesso posti di lavoro che non sono mai arrivati. Hanno devastato un paesaggio che era la nostra unica ricchezza, quella che nessuno poteva portarci via.
E poi, beffa finale, l’energia prodotta qui non resta qui. Viene esportata, venduta, consumata altrove. Noi restiamo con le bollette alte, le case inefficienti, il paesaggio sfregiato. Questa non è transizione ecologica. Questa è colonizzazione energetica. È la stessa logica estrattivista delle miniere o del petrolio. Prendere le risorse di un territorio e lasciare al territorio solo le ferite. Ma le ferite delle miniere erano visibili, tangibili. Le ferite delle pale eoliche sono più sottili, più subdole. Sono ferite che non sanguinano, ma che uccidono.

Poi c’è l’industria bellica. Anche qui, nel cuore verde dell’Irpinia, la logica della morte ha messo radici. Non ne parla nessuno, nei dibattiti culturali. Non interessa ad Arminio, che preferisce celebrare la poesia dei campanili. Non interessa a Raimo, che preferisce analizzare il maschilismo delle periferie. Eppure è qui. Le aree interne sono diventate il luogo perfetto per le produzioni legate alla difesa, per i poligoni, per le esercitazioni. Tutto ciò che altrove non è più tollerato, qui trova spazio. Ci dicono che porta lavoro. Come se il lavoro di chi produce armi potesse mai essere un lavoro “dignitoso” per il suo fine ultimo.

La verità è che noi siamo considerati un territorio di serie B, un luogo dove si può sperimentare ciò che nelle città sarebbe inaccettabile. Siamo la pattumiera del modello di sviluppo dominante. Rifiuti, impianti, armi, turbine. Tutto ciò che non è “bello” da vedere, tutto ciò che inquina, tutto ciò che produce profitto senza produrre comunità, viene dirottato qui, nelle zone interne, dove la resistenza è più debole perché il tessuto sociale è stato già sfibrato dalla SCELTA dell’abbandono di questi luoghi, di questi spazi.

C’è una frase, nel dibattito di questi giorni, che mi ha colpito. Qualcuno ha scritto che “la retorica dei paesi serve solo al potere”. È vero. Ma va precisato: serve a quel potere che non vuole cambiare nulla. Serve a chi vuole che i paesi restino come sono. Silenziosi, rassegnati, buoni per il turismo e per le pale eoliche. Serve a chi vuole che la nostra rabbia venga trasformata in folklore, la nostra resistenza in poesia, la nostra voglia di futuro in nostalgia del passato.
La poesia di Arminio è funzionale a questo progetto. Il fastidio di Raimo anche. Entrambi, pur con linguaggi diversi, ci condannano all’irrilevanza. Arminio ci vuole belli e morenti, come una fotografia in bianco e nero. Raimo ci vuole brutti e irrecuperabili, come un problema da risolvere. Nessuno dei due ci vuole vivi, combattivi, protagonisti del nostro destino”.

Non ci sta Bonito “Io sono un uomo dell’interno. Sono nato qui, vivo qui, morirò qui. Non ho bisogno di essere raccontato. Ho bisogno di essere ascoltato. Non ho bisogno di poesia. Ho bisogno di giustizia. Non ho bisogno di analisi sociologiche. Ho bisogno di strade, di scuole, di ospedali, di lavoro.
E dico a tutti coloro che vivono nelle aree interne, in Irpinia come altrove: non lasciamoci incantare dalla retorica. Non lasciamoci convincere che la nostra unica speranza è il turismo. Non lasciamoci convincere che le pale eoliche sono il prezzo da pagare per il progresso. Non lasciamoci convincere che l’industria bellica è una benedizione. È una maledizione. Tutto ciò che distrugge la nostra terra, la nostra comunità, la nostra dignità è una maledizione.
Il vento che muove quelle pale è lo stesso vento che si porta via i nostri giovani. Smettetela di chiamarlo progresso. Chiamatelo con il suo nome: ESPROPRIO PER PROFITTO PRIVATO. Esproprio di terra, di paesaggio, di futuro.
La poesia non ferma la speculazione. La sociologia non riapre gli ospedali. Servono lotta, organizzazione, resistenza. Servono blocchi stradali, occupazioni, assemblee popolari. Servono donne e uomini disposti a dire basta.
Ascoltiamo le aree interne invece di farne solo poesia e chiacchiericcio borghese”.

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