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Il Sud, le risorse e la classe dirigente

Di Gianni Festa

Ha proprio ragione Ernesto Galli Della Loggia quando, senza mezzi termini, fa salire sul banco degli imputati la classe dirigente politica del Paese “impressionante nella preparazione culturale, nella capacità di orientamento e di direzione, nei comportamenti, perfino nella proprietà del linguaggio e nell’abbigliamento” (Corriere della Sera,18 luglio 2023). Il riferimento è alla scuola e ai metodi di gestione del ministro Valditara. In realtà, le considerazioni di Galli Della Loggia, offrono l’occasione di una riflessione che va ben oltre la scuola stessa, aprendosi al più generale discorso sulla classe dirigente e al ruolo che essa dovrebbe svolgere per contribuire allo sviluppo socio-economico del Paese e, in particolare, del Mezzogiorno. Proprio nel Sud si gioca la partita del futuro per l’intero Paese. Qui si sta consumando una delle più grandi occasioni dal dopoguerra. Si è in presenza di un fiume di danaro proveniente dalle risorse straordinarie dell’Europa del Pnrr, quelle ordinarie relative alle annualità 2021-2027, i fondi per l’attuazione delle Zes, aggiungendo i fondi ordinari erogati dal governo nazionale. Messe insieme le cifre ne viene fuori una somma da capogiro.

Ma è proprio la mancanza di risorse che non fa crescere il Paese? Il fondatore del Corriere dell’Irpinia, Guido Dorso, scriveva nel suo editoriale del gennaio 1923 (cento anni fa) che il problema del Mezzogiorno non era affatto questione di mancanza di risorse ma il cattivo uso che ne faceva la classe dirigente, accusata di clientelismi e di trasformismo. E’ trascorso un secolo e la situazione è peggiorata. Sono ancora una volta le cifre a condannare la classe dirigente meridionale. Un esempio non guasta. Dei fondi ordinari stanziati dall’Europa è stato impegnato dalla regione Campania circa il 40 per cento. Il restante rischio di ritornare in Europa per essere ridistribuito tra gli altri Stati europei. Per dirla con il pensiero di Giuseppe Moricola, docente universitario e risorsa della sinistra storica, il nodo dell’arretratezza meridionale è proprio nel ruolo della sua classe dirigente. Il lamentarsi è una cattiva abitudine che serve a coprire l’incapacità e il disimpegno di chi dovrebbe agire nell’interesse della comunità meridionale e invece fa uso del mandato di rappresentanza per sprecare risorse in azioni clientelari per catturare il consenso.

Nella classe dirigente meridionale manca una visione dello sviluppo territoriale, una proposta identitaria di tutte le regioni del Sud finalizzata al decollo dell’intera area. Ma questo rientra nel libro dei sogni considerato che le regioni del Sud sono tra loro disarticolate e gli stessi governatori orientano il proprio impegno e le conseguenti risorse verso le zone di propria appartenenza. E’, in sintesi, la denuncia del sindaco di Napoli. Gaetano Manfredi, che riflette sullo sviluppo regionale privo di una programmazione dell’intero territorio regionale e molto spinto sul clientelismo di antica memoria. In realtà la vicenda del Mezzogiorno in salita sembra essere come il cane che si morde la coda. Le risorse, in questa straordinaria occasione per il Sud, sono notevoli, ma l’azione progettuale della classe dirigente, come si evince anche dalle proposte presentate per ottenere i benefici del Pnrr, è limitata e senza visione complessiva dello sviluppo. Manca una proposta che restituisca al vasto territorio meridionale quella dignità e quella visione di sviluppo che pure, con tanti primati, nel passato era il suo vanto. Cambiare si può, anzi si deve. Soprattutto nell’interesse di quei giovani che, secondo il Rapporto Svimez sul Mezzogiorno, vanno via lasciando alle spalle un deserto mortificante. Una fuga di cervelli che impoverisce il Sud e lo lascia nella mani di una classe dirigente a dir poco inadeguata che negli anni ha segnato la sconfitta di una terra.

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Gianni Festa

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