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Alla soglia dei cent’anni, racconta gli orrori della guerra

Grottaminarda.” Ammazzare la gente è una cosa brutta. La guerra è una cosa brutta. Perché ancora le fanno”?. Francesco Faretra, che si avvicina alla soglia dei cento anni, l’ultimo grottese che ha combattuto la seconda guerra mondiale, è stato il  testimone di quanto accadeva in quegli anni, durante la celebrazione della ricorrenza della centenaria elevazione a Ente Morale dell’associazione nazionale combattenti e reduci.

Nella sala”Thomas Menino”, sono intervenuti il presidente della federazione provinciale Ancr di Avellino, Goffredo Covino, il colonnello dell’Esercito Federico Scotto di Tella, Raffaele Masiello, storico, Gabriella Rapa, insegnante e l’avvocato Antonella Losanno. I saluti li ha portati il sindaco MarcantonioSpera. ” Quando Benito Mussolini fece il discorso della dichiarazione di guerra, da piazza Venezia- dice Francesco Faretra- a chi diceva di volere la pace, davano la purga”.

Per un momento si commuove pensando” a quanti di quelli che sono partiti con me non ci sono più”. Ricorda che” la guerra è fame, è freddo e miseria. E non serve a niente. Per rimediare basterebbe parlarsi”. L’ultimo combattente grottese si è fatto quasi due anni di prigionia, nel campo di concentramento di Katovice, in Polonia.” I tedeschi ci hanno messi subito a lavorare. Io stavo in un fonderia. Dove lavoravo otto ore.”. E, quando non se ne accorrevano, lui e altri due deportati andavano nella cucina per “cercare qualche rapa da mangiare”. Una volta se ne accorsero e li fecero stare, davanti alla garetta, con le mani alzate. Per due ore, con il freddo che faceva. Quando si avvicinarono i russi, e quindi si capiva che forse la liberazione era vicina, cominciò un’altra avventura.:” I tedeschi ci vennero a prendere e camminammo per venti chilometri. Prima ci addormentammo in una chiesa poi ci fecero fare le trincee in montagna- racconta Francesco-“.

” Qualcuno tentava di scappare e i militari tedeschi gli sparavano addosso.”Arrivammo quasi in Ungheria. E dormivamo nei fienili. In un paesello della © trovarono gente che usciva da una chiesa. Mentre, evidentemente,  anche i propri carcerieri tentavano la fuga, Francesco e gli altri furono accolti.” Dicemmo loro che eravamo italiani. Non so più quanti chilometri ho fatto a piedi per tornare a casa”. Poi, i russi, li hanno messi su un treno.” Dove mangiavamo ciliegie”.Vorrebbe tornare a vedere quei posti.” Ma sono troppo vecchio”. Fino ad arrivare a Forlì e, poi, su un camion a Benevento.” La vita va vissuta,  lo dico ai giovani. Una parte della mia è andata via così”. Adesso è circondato dall’affetto dei suoi familiari e dei suoi bisnipoti.

Giancarlo Vitale

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