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Di Monia Gaita

È così difficile ricordare un amico. È così difficile mettere assieme le parole che si sparpagliano difronte alla morte, sbandate e attonite come se avessero paura. Rino se n’è andato in una fredda mattina di gennaio con un velo di neve a ricoprire le strade e i campi della sua Montefredane da lui tanto amata, avendo tra l’altro, anche svolto il ruolo di vicesindaco con Valentino Tropeano per 10 lunghi anni. Un arco significativo nel corso del quale ha profuso il suo impegno civile per l’intera comunità senza mai distorcere, tradire o menomare i valori che ne caratterizzavano comportamenti e gesti quotidiani. Da ragazza lo conoscevo solo di nome grazie a zio Mario, anche lui vicesindaco del paese per parecchio tempo: me ne parlava sempre con affetto e ammirazione. Ora non sto a salmodiare l’elogio di chi non è più tra noi, sarebbe troppo banale, stucchevole e vi annoierei tutti. È che questi pensieri mi vengono spontanei e forse racchiudono anche i vostri. Non è il panegirico sontuoso, tronfio e retorico di Rino Iandiorio. Ho sempre scansato la retorica come la peste, trovandola fasulla e di cattivo gusto. No, è un’altra cosa. È un provare senza cerimoniali enfatici a restituire ciò che Rino ha rappresentato per questa gente, per Arcella, per Montefredane.

Chi era Rino? Era una persona proba che ha improntato pure l’azione politica a correttezza, rispetto, garbo, educazione. Io dico che la nobiltà la puoi acquisire in parte e non si impara in fretta. Ma la nobiltà più vera è quella che balugina nel cuore dalla nascita e vi rimane attaccata tenacemente al pari della colla tra due legni. È questa la nobiltà che dominava l’esistenza di Rino: mai un insulto, mai un giudizio di condanna, mai un’offesa, mai una cattiveria. Pulsava in lui il fascino genuino di una dirittura morale che incorpora l’etica nella politica. Perché non dimentichiamolo: la politica non è separata o separabile dalla vita dell’individuo, non è un imperturbabile esercizio amministrativo, non è fuori dalla coscienza dell’uomo, ma è l’uomo stesso. Mi viene in mente, nel flash di un istante, una mia lettura giovanile del Don Juan di Lord Byron, e nello specifico una frase: «La differenza tra la gloria reale e la fittizia sta nel sopravvivere nella storia o in una storia». Ecco, credo che l’amico Rino sopravvivrà nella storia di questo paese, in quella della famiglia e di quanti gli hanno voluto bene. Sono certa che se le virtù non compongono alcuna gloria reale – ancora una volta mi tengo lontana da qualsiasi rito celebrativo-encomiastico – nutrano una prospettiva di disponibilità, di gentilezza, di comprensione e altruismo capace di potenziare e guidare il cammino comune. Probabilmente è questo il contributo maggiore che Rino ha dato alla nostra piccola Montefredane: indicarci una via senza il brevetto saccente del maestro e senza nemmeno saperlo. Così, semplicemente vivendo.

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