Martedì, 5 Maggio 2026
02.25 (Roma)

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Di Guido Bossa

Archiviato il successo alle elezioni amministrative di fine maggio che hanno confermato la buona salute della maggioranza e lo stato confusionale delle opposizioni, Giorgia Meloni può ripartire verso il traguardo più ambizioso, l’Europa, con l’obiettivo di esportare a Bruxelles la formula di governo che le ha consentito di vincere a Roma. Il progetto è chiaro: stringere un’alleanza fra conservatori e popolari, destra e centro, per spingere all’opposizione i socialisti, i riottosi liberali di Macron e l’estrema destra. Per l’Europa sarebbe una rivoluzione sia in termini politici che istituzionali. La tradizionale alleanza/alternanza fra Ppe e socialisti alla guida dei principali organismi comunitari sarebbe scardinata; l’asse franco-tedesco dovrebbe lasciare il passo all’egemonia del blocco orientale proiettato verso il Mediterraneo con Italia, Grecia e forse Spagna (dove si vota a luglio): una geografia rinnovata con baricentro a Roma. Non sarà facile: i tempi sono piuttosto stretti perché la legislatura europea si conclude fra un anno, e bisognerà fare i conti con la consistenza delle forze politiche quali usciranno dal voto del 6-9 giugno 2024. Ci sono poi i governi, che nell’alchimia dell’Unione contano ancor oggi più della volontà popolare. Le tensioni di queste settimane fra Roma e Bruxelles sullo stato di avanzamento del Pnrr, la mancata (finora) corresponsione della seconda rata dei finanziamenti attesi da sei mesi, la riottosità del governo italiano a ratificare la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, sono insieme il frutto e il sintomo di una competizione non risolta. Le ambizioni meloniane sono guardate con sospetto sia a Parigi che a Berlino, dove si nutrono dubbi sulla sincerità della conversione verso il centro che l’elettorato italiano ha digerito senza difficoltà. Proprio nei giorni scorsi l’Europarlamento ha votato a stragrande maggioranza una mozione che chiede di sospendere la presidenza del Consiglio (il collegio dei Capi di Stato e di Governo) che a rotazione spetterebbe a Ungheria e Polonia fra il secondo semestre del 2024 e il primo del 2025. In sostanza i deputati ritengono che i due governi non garantiscano standard democratici adeguati a dettare l’agenda dei lavori comunitari. In Ungheria il controllo governativo sulla magistratura e sull’opinione pubblica, secondo un modello che il centrosinistra italiano imputa a Giorgia Meloni, è strettissimo; ma a Varsavia l’opposizione democratica ha dato vita alla più imponente manifestazione di piazza contro il governo nazionalista di destra dopo la caduta del comunismo. Sono segnali che le centrali delle grandi famiglie politiche europee colgono con maggiore attenzione di quanto avvenga a Roma, e il fatto che nel voto europeo Fratelli d’Italia e Lega abbiano votato contro mentre Forza Italia si sia astenuta non è passato inosservato.

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