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Amministrative, tra fratture rischio dissesto

– Di Vittorio Boccieri

A meno di venti giorni dalla presentazione delle liste per le elezioni amministrative di maggio 2026, il quadro politico avellinese si presenta in una condizione di profonda frammentazione.

L’area progressista, il cosiddetto “campo largo”, appare divisa sul nome da proporre alla città. Sono stati avanzati diversi profili che, almeno sulla carta, avrebbero potuto rappresentare una sintesi condivisa. Tuttavia, nessuno di questi è riuscito a generare convergenza. Ancora una volta, si assiste alla chiusura verso la società civile e, soprattutto, verso le competenze.

Ma la destra cittadina non offre uno scenario migliore. Anche in questo campo le divisioni sono evidenti e persistenti, e perfino i tentativi di ricomposizione provenienti “dall’alto” si sono rivelati, allo stato, inefficaci.

Nel frattempo, resta un dato politico rilevante: i due precedenti sindaci di Avellino — entrambi segnati dall’esperienza del commissariamento delle rispettive amministrazioni, seppur per ragioni diverse — continuano a muoversi sulla base di un consenso personale che, ad oggi, appare tutt’altro che marginale.

Eppure, mentre la politica si divide e si riorganizza, il tema centrale — quello che dovrebbe dominare il dibattito pubblico — resta sostanzialmente ai margini: la situazione finanziaria del Comune di Avellino.

I dati di bilancio, analizzati con attenzione, restituiscono un quadro estremamente preoccupante. La condizione dell’ente non è semplicemente critica: è ormai strutturalmente insostenibile.

Il Piano di Riequilibrio, che avrebbe dovuto rappresentare lo strumento di risanamento, si sta dimostrando inefficace. L’ente continua a muoversi in una spirale pericolosa, caratterizzata da nuovo indebitamento e da una persistente incapacità di riscossione.

Il rischio, tutt’altro che teorico, è quello della dichiarazione di dissesto finanziario. Un passaggio che non si esaurirebbe in una dimensione tecnico-contabile, ma che produrrebbe effetti concreti e duraturi sulla vita della comunità: aumento della pressione fiscale, contrazione dei servizi, rigidità gestionale e blocco delle politiche di sviluppo.

Di fronte a questo scenario, le misure necessarie non possono essere né rinviate né edulcorate.

Serve innanzitutto una verità contabile piena: il riconoscimento immediato di tutti i debiti fuori bilancio e il loro accantonamento, anche a costo di aggravare il disavanzo ufficiale. È un passaggio imprescindibile per costruire qualsiasi percorso di risanamento credibile.

È indispensabile, inoltre, un’azione incisiva sul fronte della riscossione: un piano straordinario, concreto ed efficace, che aggredisca i crediti più recenti e consenta, al contempo, una revisione radicale dei residui attivi inesigibili.

Non meno urgente è una vera spending review, fondata su tagli strutturali e selettivi alla spesa corrente, capaci di incidere sulle inefficienze e sui costi non essenziali, evitando interventi meramente lineari e privi di visione.

Infine, appare necessario procedere a una rinegoziazione del Piano di Riequilibrio da sottoporre alla Corte dei Conti, basata su dati veritieri e su un programma di interventi realistico, che dimostri una concreta volontà di inversione di tendenza.

Senza una discontinuità netta — culturale prima ancora che amministrativa — la traiettoria verso il dissesto appare difficilmente evitabile.

In questo contesto, preoccupa la possibilità che il prossimo assetto amministrativo possa essere espressione delle stesse dinamiche politiche che, nel periodo compreso tra il 2018 e il 2025, hanno contribuito a condurre l’ente nella situazione attuale.

È comprensibile che il consenso personale giochi un ruolo rilevante nelle competizioni elettorali. Tuttavia, in una fase storica come questa, un fronte politico realmente responsabile dovrebbe compiere una scelta diversa: puntare sulle competenze, sulla credibilità e sulla capacità amministrativa, piuttosto che sulla mera forza elettorale dei singoli.

Perché oggi Avellino non ha bisogno di narrazioni rassicuranti, né di equilibri interni ai partiti.

Ha bisogno, semplicemente, della verità.

Una verità che, per quanto scomoda, rappresenta l’unico punto di partenza possibile per evitare che la città resti definitivamente schiacciata sotto il peso delle proprie criticità finanziarie.

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