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Angela Anzalone e Maradona tra diritto e mito: il “dio delfico” che interroga la modernità

All’Università di Salerno il seminario che legge il campione argentino come fenomeno culturale e giuridico totale e il contributo del volume di Angela Anzalone restituisce a Napoli il suo immaginario identitario più profondo

Rosa Bianco

Nel panorama accademico contemporaneo, sempre più orientato a superare le tradizionali compartimentazioni disciplinari, il seminario ospitato dall’Università degli Studi di Salerno il 22 maggio 2026 rappresenta un esempio emblematico di come diritto, cultura e narrazione sociale possano intrecciarsi attorno a figure che eccedono la dimensione sportiva per farsi segni storici e simbolici.

Al centro del confronto, la figura di Diego Armando Maradona è stata indagata non soltanto come icona calcistica, ma come dispositivo culturale complesso, capace di produrre senso, identità e immaginario collettivo. L’iniziativa promossa dal corso di laurea magistrale in Diritto dello Sport del Dipartimento di Scienze Giuridiche conferma la vitalità di un approccio interdisciplinare che interpreta lo sport non solo come fenomeno regolato dal diritto, ma anche come linguaggio simbolico della modernità.

In questo contesto si inserisce con particolare rilievo il contributo della professoressa Angela Anzalone, la cui partecipazione ha rappresentato uno dei momenti più significativi dell’incontro. Il suo volume “Diego Armando Maradona. Il dio delfico di Napoli” (Graus Edizioni) si impone come un tentativo insieme rigoroso e audace di interpretazione mitopoietica del legame tra Maradona e la città di Napoli. L’autrice non si limita a raccontare un campione, ma ne esplora la trasformazione in figura arcaica e civile, sospesa tra storia e mito, tra cronaca sportiva e narrazione fondativa.

La scelta dell’espressione “dio delfico” non è soltanto suggestiva sul piano letterario: essa rimanda a una dimensione interpretativa in cui il calcio diventa oracolo urbano e il gesto atletico si carica di significati che travalicano il campo di gioco. Napoli, in questa prospettiva, non è soltanto la città che ha accolto Maradona, ma il luogo in cui il mito si è sedimentato fino a diventare identità condivisa, riscatto sociale e grammatica emotiva collettiva.

L’originalità dell’opera di Angela Anzalone risiede nella capacità di tenere insieme livelli di lettura differenti — storico, giuridico, antropologico e simbolico — offrendo una chiave interpretativa che sottrae la figura del campione alla riduzione iconica e consumistica. In un tempo in cui le grandi figure popolari rischiano di essere appiattite nella dimensione dell’intrattenimento, il suo lavoro restituisce complessità a un fenomeno che continua a interrogare il presente.

Il seminario dell’Università degli Studi di Salerno assume così il valore di un laboratorio intellettuale aperto, in cui il dialogo tra giuristi, studiosi e protagonisti del mondo del calcio evidenzia la necessità di una nuova alfabetizzazione culturale dello sport. Non più soltanto competizione o spettacolo, ma spazio di produzione simbolica, memoria condivisa e costruzione identitaria.

In questa prospettiva, la figura di Maradona emerge come punto di convergenza tra diritto e mito, tra corpo e immaginario, tra biografia individuale e destino collettivo. Il lavoro di Angela Anzalone si inserisce coerentemente in questo orizzonte, contribuendo a restituire allo studio dello sport una profondità umanistica spesso trascurata.

Il seminario salernitano non si limita dunque a celebrare una leggenda, ma invita a ripensare le categorie attraverso cui interpretiamo la contemporaneità. In un mondo in cui le icone sportive occupano un ruolo sempre più centrale nel discorso pubblico, la riflessione proposta evidenzia come il confine tra storia, mito e diritto sia diventato uno spazio di continua negoziazione culturale.

È in questo spazio che si colloca, con forza interpretativa, il contributo di Angela Anzalone: nel restituire a Maradona non soltanto la sua grandezza sportiva, ma la sua densità simbolica, la sua capacità di farsi linguaggio collettivo. Un’operazione che, oltre il caso specifico, invita a ripensare il modo in cui raccontiamo i protagonisti della storia contemporanea: non come figure concluse, ma come forme vive dell’immaginario civile.

 

 

 

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