L’ultimo nato in casa Plenilunio porta la firma del poeta irpino Luciano Nigro. AnimaDiVento [Delta 3 Edizioni] è un libro attraversato da un respiro profondo, che si avverte subito, prima ancora di entrare nella genealogia dei versi. Emanuela Sica, direttrice di collana, che ne ha curato anche la post-fazione, così ce lo racconta: «Se tiri il fiato, lo puoi sentire, profondo: un respiro lo attraversa con la stessa trasparenza di un filo di vento, ma con la stessa potenza di una tormenta improvvisa».
Per Sica, AnimaDiVento è soglia e chiave bifronte: trattenere una inconsistenza, un transito, un’impermanenza e, allo stesso tempo, svelare un processo, una metamorfosi, un farsi consistenza e inconsistenza. È l’intercapedine dove il poeta decide di abitare, sospeso fra l’essere soffio che passa e il farsi identità che permane, resta e resiste, nelle terre d’Irpinia, prossime all’abbandono, nel lento declino dello spopolamento. Un paesaggio che diventa reale e simbolico insieme: luogo che resta e resiste, ma anche territorio ferito, attraversato da assenze, macerie, declini. In questo spazio liminare, naturale e interiore, il vento diventa ossatura semantica del libro: forza che muove, spinge, sposta e, allo stesso tempo, smarrisce. Si fa soffio vitale, resistenza di linfa e natura, abisso di perdita. È un afflato della natura e dell’umano che porta valige cariche di memoria, dolore, amore, rivolta, e richiama il “pneuma”, il respiro cosmico dei filosofi greci, eco nietzscheana di vento distruttore e creatore. Ogni testo si spoglia dalla superficialità della parola e diventa lettera, complessa, di un alfabeto emozionale. La silloge si dispone come codice cifrato, acrostico e cosmico, capace di tenere insieme frammenti, confessioni, visioni. Come accade nei poeti ermetici, l’ordine nascosto non è forma accessoria, ma struttura ontologica: la superficialità, qui, è bandita. Leggendo in sequenza i primi capoversi di ogni poesia emerge un monologo sotterraneo, un diario interiore che parte da una ferita per compiere un viaggio tra il desiderio di permanere e l’esperienza del vuoto. Da un lato l’ontologia dell’assenza, dall’altro il vitalismo della natura; in mezzo, il dramma della storia, tra guerre, inganni e macerie.
AnimaDiVento può essere letto come silloge-rituale di una liturgia moderna: ogni poesia diventa stazione e il vento “diVenta” respiro comunitario, capace di legare chi scrive e chi legge nello stesso attraversamento. È proprio in questo respiro condiviso che si innesta la voce dell’autore, Luciano Nigro, che richiama Bob Dylan: “The answer, my friend, is blowin’ in the wind”. La risposta soffia nel vento, così come l’anima che non ha peso ma esiste come il vento. In AnimaDiVento c’è il volere diventare verbo in anima per alleggerirsi delle miserie umane, attraversando l’amore nelle sue infinite sfaccettature. Le parole, usate con ricerca e memoria ma anche con uno slancio verso l’oltre del presente, come solo il vento può attraversare leggero ma deciso, racchiudono l’essenza di questa raccolta.


