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Arminio e la cura dello sguardo, tra linguaggio poetico ed analisi della realtà

di Milena Montanile

Per ripristinare la verità in questo clima perverso di polemiche ingiuriose e malevoli, avviato sui social da Christian Raimo, mi preme osservare che Arminio, da paesologo esperto, che ha girato in lungo e in largo il Paese, è ben convinto che serve «una nuova funzione per i paesi: non possono vivere come hanno vissuto per tanti secoli. Ci vuole un modo nuovo di abitare un paese, un modo che mette insieme chi c’è e chi viene, intimità e distanza […]. Ora che il mondo è nell’ora di punta del rancore, noi proponiamo una serena obiezione a chi crede di governare il mondo coi soldi e con le armi (Nota di Franco Arminio premessa al Programma della quindicesima edizione de La luna e i calanchi, Aliano 19-23 agosto 2025).
E non a caso, in occasione della grande mobilitazione per Gaza, tenuta a Roma il 7 ottobre 2025, Arminio ha lamentato la mancata partecipazione dei paesi, sentita con profonda amarezza: «sono mancati i paesi. Sono ridotti così male, sono così spogli di slanci vitali che era impossibile organizzare qualcosa… ovviamente ci sarà stata qualche eccezione, ma la sostanza non cambia. I paesi dell’Appennino meridionale ormai vivono solo ad agosto».
Un’amara consapevolezza che rende più ardua la lotta contro lo spopolamento: «una guerra senza eserciti e senza missili»: una guerra nella quale è pur vero che «non muore nessuno», ma che richiede la necessità di una tregua, come ha ribadito recentemente, proponendo un piano strategico, diviso in tre punti: «Far restare i ragazzi che ci sono; far tornare qualcuno che è andato via; Far venire qualcuno che non è mai venuto». Un progetto che ha animato da sempre le tante manifestazioni sul tema, da lui organizzate, o alle quali ha attivamente partecipato. Al di là del successo del festival La luna e i calanchi, giunto felicemente quest’anno alla sedicesima edizione, Arminio non si è sottratto all’analisi critica di un fenomeno che riguarda direttamente migliaia di paesi colpiti da questo male, e dunque ben oltre quindici milioni di persone. Arminio sa bene che non si può chiedere a un festival quello che un festival da solo non può dare, ma quello che possiamo chiedere è accendere luce e interesse su ciò che sarebbe rimasto confinato nei limiti geografici del paese. E su questo aspetto il festival ci riesce . D’altra parte tutti gli eventi che Arminio organizza, e che richiamano sempre migliaia di persone, sono offerte intimamente politiche perché «contengono sempre un richiamo alla costruzione di una nuova comunità in cui sogno e ragione vadano insieme (Cedi la strada agli alberi). D’altra parte, oltre alla poesia e agli eventi, dati come offerte funzionali alla costruzione di un’autentica comunità poetica, Arminio, poeta e paesologo, si è impegnato da sempre, affiancando la sua attività poetica alla riflessione critica. Ricordo appena la riflessione, tenuta oltre dieci anni addietro, in occasione dell’apertura a Trevico, l’8 dicembre del 2014, della Casa della Paesologia (Appunti per la casa della paesologia, in “Doppiozero”, 13 gennaio 2015). Altrettanto significativa la Lettera ai ragazzi del Sud, inclusa nel volume Cedi la strada agli alberi, edito nel 2022.
Da queste premesse parte la sua lotta contro lo spopolamento, un fenomeno che colpisce soprattutto i paesi delle aree interne (non a caso da lui definite ‘aree intense’), svuotate dall’emigrazione: ««La aree intense sono anche la resistenza dell’intelligenza artigianale all’intelligenza artificiale, il luogo dell’intreccio tra il computer e il pero selvatico, il laboratorio di azioni urgenti e concrete, per costruire una nuova poetica dell’abitare, un nuovo umanesimo di cui l’Italia può e deve essere punto di riferimento nel mondo» (Manifesto sulle aree intense, poi in L’Italia dei paesi. Appendici al manifesto delle aree intense, 4 marzo 2024 https://www.doppiozero.com/).
Una lotta che conduce attivamente da anni, utilizzando canali diversi, e mettendo in essere iniziative concrete per diffondere ovunque la parola poetica che da esperienza intima si fa comunitaria, per incoraggiare gli ultimi, gli emarginati, gli oppressi. Tutti gli eventi da lui organizzati riproducono una dimensione di vita nuova, caratterizzata da un accentuato spirito di condivisione, che anima di volta in volta «comunità provvisorie», accomunate dal piacere di stare insieme, di condividere sentimenti ed emozioni, di ascoltare musica e poesia: uno spazio di bellezza che in genere, nei tanti incontri ai quali ho avuto il piacere di partecipare, va avanti gioiosamente, tra cibo condiviso, ‘parlamenti’, conversazioni, musiche e canti, fino a notte inoltrata.
L’obiettivo che muove Arminio nelle tante iniziative da lui promosse, è quello di ridare slancio ai borghi abbandonati, colpiti da «cinque macro-rappresentazioni», finalizzate a costruire il discorso sull’assenza, e concepite appunto per «marginalizzare le aree interne». Franco Arminio e Giovanni Carrosio, sociologo dell’ambiente e professore all’Università di Trieste, hanno condotto un’analisi illuminante del fenomeno, individuando i punti chiave del linguaggio del potere che «ha bisogno di raccontare le aree interne come luoghi dell’assenza» (Il cantiere della sfiducia, https://casadellapaesologia.org/2025/07/03/il-cantiere-della-sfiducia/). Primo punto: «la logica monoculturale dell’epistemologia della conoscenza», in base alla quale «i saperi locali, tradizionali, empirici, contestuali, vengono sistematicamente squalificati come non scientifici, arretrati, inefficienti. Nel mondo dei dati e dell’intelligenza artificiale non ci sarebbe più posto per altri modi di conoscere le cose. Non sono bastati i tanti disastri ambientali per costruire un discorso contro-egemone, capace di mostrare come nella crisi climatica, sono proprio i saperi contestuali a funzionare da sentinelle che vedono l’alba quando è ancora notte». Secondo punto. La logica monoculturale del tempo lineare: «le aree interne vengono considerate indietro nel tempo, arretrate, non al passo con i cambiamenti, con la modernità, incapaci di proiettarsi nel futuro, liberandosi della zavorra del passato», senza pensare che nella transizione ecologica incorporare la natura nei sistemi produttivi richiede «il recupero della circolarità, che si traduce in economie locali produttive, se capaci di rompere la linearità. E che nel passato ci sono tante pratiche colturali e di cura del territorio che oggi vengono reintrodotte nei percorsi di innovazione». Terzo punto. La logica della gerarchia sociale: «nel discorso egemone vengono naturalizzate gerarchie che collocano questi territori come inferiori, dipendenti, problematici, un linguaggio tipico dell’esclusione sociale […]. Sono le politiche a costruire gerarchie, quando assecondano le logiche di concentrazione del capitalismo. E il linguaggio dell’assenza serve proprio per legittimare queste logiche». Quarto punto. La logica della scala dominante: «tutto ciò che non ha scala adeguata viene considerato irrilevante. La logica delle economie di scala è la logica che mette l’efficienza economica davanti ai diritti sociali e di cittadinanza […]. È la logica della standardizzazione, contro la differenziazione». Quinto punto. La logica produttivista: «le aree interne vengono giudicate solo in base alla produttività economica convenzionale, ignorando altre forme di valore. Eppure, c’è valore oltre la valorizzazione economica: identità, natura, tenuta idrologica del territorio, relazioni, appartenenze ai luoghi». Di fronte a queste logiche che raccontano le aree interne come luoghi dell’assenza, è necessario chiedersi: «Che cosa è il valore, come si lega ai valori? Come rimettiamo al centro i valori che danno valore alle aree interne?». Ancora una volta Arminio rilancia il suo piano strategico: «Puntare sui ragazzi piuttosto che sul cemento», «Dare opportunità a chi è rimasto, a chi vorrebbe tornare e a chi non ha mai vissuto nei paesi. I paesi si salvano intrecciando intimità e distanza». Di qui la necessità di rivalutare, anche a livello di rappresentanza politica, i piccoli comuni che sono ancora «riserve di comunità e senso della misura», in un Occidente «che è diventato un ammasso di solitudini e bulimie consumistiche». Arminio sente forte la necessità di far rivivere questi valori, una necessità che i venti di guerra, oggi, rendono ancora più urgente: l’economia di guerra ha finito per indebolire le politiche di coesione territoriale per attaccare il welfare. «Si comincia con i territori e si finisce con le persone». Di fronte a questo triste scenario, Arminio opera attivamente da anni, esprimendo, attraverso la sua poesia e il suo agire quotidiano, una severa obiezione a chi ‘racconta’ le aree interne come luoghi di assenza, incalzati dagli scoraggiatori di turno, dai «mestieranti dello sdegno», dai «mercanti del frastuono» (Cedi la strada agli alberi) ai quali ha indirizzato, il 4 settembre scorso, dalle pagine di Repubblica, la sua risposta: un fitto e articolato manifesto, Salviamo i paesi. Trenta modi per ripensarli, concepito per salvare i paesi dalle “fabbriche storiche della sfiducia e del lamento”, in cui prospetta per le aree interne un futuro possibile di vera rinascita, aggiungendo che il programma proposto, più che un piano organico, è dato come un invito per gruppi, associazioni e soggetti interessati a dar vita a “una piattaforma programmatica per chiamare al confronto i decisori politici locali e nazionali”.
L’occhio attento e curioso del paesologo, intento ad osservare paesi e borghi dimenticati – ne ha visitati, ad oggi, oltre duemila – si traduce in un invito a cambiare lo sguardo con cui ci guardiamo intorno: un esercizio che aiuta a vivere e a osservare i paesi in una dimensione nuova: non come ‘regno dei morti’ ma come ‘radici’ di vita nuova. Arminio con la consapevolezza di chi conosce bene questa realtà, indagata per lunghi anni e vissuta in prima persona, riconosce un ruolo decisivo alla politica, auspicando il diretto coinvolgimento di ministri, assessori regionali e comunali per l’attuazione di un Piano nazionale idoneo a salvare le aree interne, osservando che il problema dei paesi non è una questione di poco conto, ma un problema di grandi dimensioni, se solo si pensa che le aree interne occupano quattromila comuni, e cioè il sessanta per cento del territorio, e comprendono circa quattordici milioni di persone. Ecco perché il problema dei paesi costituisce una delle più imponenti questioni da affrontare, e proprio in questo senso rigenerare i paesi equivale, per Arminio, a rigenerare l’Italia. Ma per fare tutto questo “non decide il centro e non decide il margine, si decide insieme… serve uno sguardo corale”, una visione d’insieme che impegni rappresentanti politici locali e nazionali, con la collaborazione dei paesi che devono avere più diritti ma anche maggiori doveri. Arminio è ben consapevole che le proposte possono avere diversi tempi di attuazione, tutto dipende dalle realtà locali. I paesi devono essere stimolati a produrre, “Queste azioni sono necessarie perché quello che si investe è molto meno di quello che si perde se il paese scompare”.
Tra le idee avanzate e puntualmente illustrate, si segnalano gli incentivi ai paesi, da stabilire non in base agli abitanti, ma alla estensione territoriale e alla lontananza dai grandi centri, con la previsione di finanziamenti inclusivi per il benessere degli animali e delle piante; l’istituzione di un “reddito di premura”, da riservare a chi difende il territorio e produce beni pubblici. A integrare la proposta un “Piano nazionale di restauro, manutenzione e salvaguardia” dei paesaggi, finanziato con i fondi provenienti da una “piccola tassazione straordinaria sulle grandi ricchezze”, in cui impegnare almeno trentamila giovani “per almeno dieci anni”. A seguire la costruzione di un Catalogo di case disponibili da offrire a prezzi contenuti, a chi, ad eccezione dei benestanti, sposti la propria residenza da una città a un paese, con meno di tremila abitanti, e per almeno dieci anni. In aggiunta la fondazione di una banda larga gratuita nei paesi più sperduti a svantaggiati, al di sotto dei tremila abitanti; l’istituzione di un “reddito di comunità” per chi organizza feste e manifestazioni; esenzioni dalle tasse per le imprese agricole biologiche, con meno di cinque ettari, con la previsione di un contributo di cinquecento euro all’anno per ogni orto coltivato, superiore a cinque metri quadrati, fino alla proposta di una figura nuova, l’allenatore dei paesi, che affianca il sindaco nella cura delle attività sperimentali. Tra le tante proposte particolarmente interessante l’idea di creare in ogni paese un gruppo interdisciplinare, formato da “esperti di progettazione europea, economia, agronomia, urbanistica, innovazione digitale, creazione d’impresa”, un gruppo che interagisca con i singoli comuni e “faccia da cerniera tra i progetti nazionali e la loro attuazione locale”. Tanti sono i punti affrontati che guardano ai bisogni concreti dei paesi, con particolare attenzione ai giovani e ai bambini che vivono nei piccoli centri, alle detrazioni fiscali per favorire la costruzione di industrie, di università e ospedali, riservando massima attenzione “ai progetti che hanno ricadute effettive sulla comunità”. Si aggiunga la proposta di un “reddito di integrazione” di cinquecento euro al mese, destinato ad ogni extracomunitario che lavora in un paese, per distribuire la loro presenza in modo più equilibrato su tutto il territorio nazionale. Il Piano prevede anche una nuova gestione delle amministrazioni comunali e regionali, suggerendo che i consiglieri comunali dei piccoli comuni debbano essere eletti col sistema proporzionale e durare in carica quattro anni, che l’età media di ogni componente non sia superiore ai quarant’anni, e auspicando la presenza nella giunta comunale almeno di una donna, di una persona laureata, e di un giovane che abbia meno di trent’anni. E ancora l’obbligo per i sindaci di organizzare almeno un’assemblea pubblica all’anno “in cui ogni cittadino può esporre le sue valutazioni sull’attività amministrativa”. Un auspicio è previsto anche per il Consiglio Regionale che dovrebbe assicurare la presenza di quattro consiglieri residenti nei paesi con meno di tremila abitanti; ugualmente per il venti per cento dei parlamentari ai quali corre l’obbligo di risiedere nei paesi con meno di cinquemila abitanti. Con lo stesso criterio Arminio auspica che un rappresentante del governo dia conto una volta all’anno delle attività svolte a sostegno dei paesi in un incontro con i sindaci di tutte le province italiane. Arminio, poeta e paesologo, affronta a tutto tondo il problema dei paesi, coinvolgendo in prima istanza le amministrazioni locali e nazionali: interessante la proposta di creare piccoli poli produttivi, utilizzando palazzi storici, opifici dismessi e scuole abbandonate, cui si affianca l’idea di un decentramento degli uffici dalle aree affollate a quelle a bassa densità, in modo da agevolare chi vive nei paesi, consentendo a chi vive nel capoluogo di recarsi per qualche motivo nei paesi. E ancora incentivi per scuole, biblioteche, attrezzature diagnostiche d’avanguardia e medici che lavorano in connessione con i migliori ospedali. Sono questi solo alcuni dei trenta punti in un Piano articolato che tiene conto delle realtà locali, delle esigenze dei piccoli comuni, dei doveri degli amministratori locali e nazionali, e soprattutto delle ricadute sui paesi, dei problemi e dei mali della nostra contemporaneità.
Arminio è ben consapevole che alcune delle sue proposte possano risultare di difficile attuazione: “La strategia nazionale langue in un mare di carte, è un susseguirsi di sceneggiature, ma il film non comincia mai e i paesi continuano a perdere residenti e servizi essenziali per la vita quotidiana” (Premessa a Salviamo i paesi. Trenta modi per ripensarli, in “la Repubblica”, 4 settembre 2026), ma ciò che rende particolarmente proficuo il suo discorso sta proprio nella sua volontà di offrire risposte concrete, indicando direzioni nuove, utili a restituire una speranza di futuro alle aree interne, ai poveri, agli emarginati, agli oppressi, colpiti da un destino perenne di povertà e di esclusione. Arminio sottolinea che le sue idee, più che un piano organico per salvare i paesi, si offrono come spunti per un dibattito o anche per un auspicabile confronto per il quale si dichiara completamente disponibile in qualsiasi luogo, con soggetti, gruppi o associazioni interessati a salvaguardare la vita dei nostri paesi.
Alla luce di questo articolato discorso si comprende bene quanto sia inutile e fuorviante la polemica avviata sui social da chi finge di ignorare quanta cura e quanto impegno Arminio abbia riservato da sempre ai paesi, e non è un caso che egli stesso proprio in un paese ha scelto di vivere. Un paese è per lui un testo, frutto di un lavoro millenario, che va letto con cura, evitando possibilmente ogni astrazione, come ha appreso dal suo Maestro, Gianni Celati: «I paesi per capirli li devi guardare da vicino e da lontano», ha recentemente ribadito pubblicamente. «E se non ci sono certezze, se tutti siamo un po’ più fragili, a curarci sopraggiunge la fiducia nella capacità della parola di unire i nostri sguardi per fare comunità, per dare coraggio al bene».
Chiudo questa riflessione riproducendo una poesia che Arminio ha scritto dopo la sedicesima edizione del festival di Aliano.

DOPO ALIANO
Ditelo che abbiamo fatto un miracolo.
Ora nella vita di ognuno
è già tornato il dolore.
In giro ci sono libri
che non sai di cosa parlano,
amori che non sai cosa amano,
destinazioni senza destino.
Non possiamo più credere
alla mezza cultura, vogliamo il sacro
di gente che s’incontra col cuore in gola.
Non può essere una fuga di quattro giornate.
Ad Aliano abbiamo visto che vita può dare la poesia. Scrivere è far vedere. Abbiamo scritto in tanti, abbiamo scritto insieme.
Dio è il nostro luogo, la vita è il nostro bene.

 

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