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L’assemblea nazionale del partito della settimana scorsa non ha offerto alcuna compiuta analisi del disastro referendario e delle sue ragioni più profonde. E ora il il Pd sembra aver imboccato – per volontà del suo leader – la rischiosa strada delle elezioni in tempi brevi. Ammantata però della suggestiva proposta di approvare una riforma elettorale condivisa. Lo statista di Rignano si è definitivamente convinto della opportunità di non anticipare il congresso, quasi impossibile da celebrare negli strettissimi tempi a disposizione. Lo statista di Rignano si è definitivamente convinto della opportunità di non anticipare il congresso, quasi impossibile da celebrare negli strettissimi tempi a disposizione. Sostituito però da una serie ravvicinata di iniziative destinate giorno per giorno a non far perdere agli italiani il ricordo del rottamattore. A non far dimenticare, fino alle sospirate elezioni, chi comanda davvero nelle stanze del potere. E quindi a facilitare la sua nuova scalata a palazzo Chigi. Una strategia che può avere possibilità di riuscita solo a condizione di ottenere (o provocare) elezioni più o meno a tamburo battente. Altrimenti potrebbero crearsi –o consolidarsi – equilibri tali da impedire il suo trionfale ritorno in pista dall’eremo di Pontassieve. Renzi è riuscito a disconoscere quell’Italicum che pure aveva spacciato, di fronte agli italiani, come il migliore e più avanzato sistema elettorale possibile. E che era riuscito a far approvare, soprattutto grazie alla sua indubbia abilità nell’applicare la tecnica del carciofo nei rapporti con un’indecisa minoranza interna, inducendola ad esprimersi a favore. Il repentino rilancio del Mattarellum (75% di maggioritario e 25% di proporzionale) ha per ora ricompattato il pd (c’entra qualcosa la possibilità di sistemazione dei maggiorenti nei collegi uninominali?), salvo qualcuno. All’esterno, tuttavia, non sembra aver suscitato molti consensi. Il consenso di Salvini e della Meloni nasce dal desiderio di ipotecare con una nuova leadership, meno moderata, il centro-destra. L’ex Cavaliere, impegnato per ora a piantare paletti contro vere o presunte derive lepeniste della Lega e di FdI, sembra interessato solo a modifiche in senso ampiamente proporzionale. Esse dovrebbero servire a sancire la sua autonoma forza nell’ambito dell’elettorato moderato, posizione da cui trattare un eventuale futuro governo di grandi intese ove ne ricorrano le condizioni politiche. I Cinquestelle, invece, non hanno alcun interesse politico a contribuire a modificare una legge elettorale che potrebbe favorirli. Nell’ambito delle forze governative, la dichiarata contrarietà di Alfano & C. al Mattarellum fa nascere molti interrogativi sul perchè l’ex premier abbia comunque avanzato tale proposta. Insomma, il caos regna sovrano, tra posizioni di facciata e confusi segnali di fumo. I giochi veri si faranno dopo la pronuncia della Consulta. Sarà difficile comunque in pochi mesi far dimenticare, agli italiani, l’impopolarità (meritata) del governo Renzi e dei suoi improvvisatori. Peraltro abbastanza insensibili ai gravissimi disagi dei lavoratori e in genere della classe media. Questo rende abbastanza avventata la strategia dell’ex premier, oltretutto pericolosa per il Pd. Trascinare il Paese alle urne a breve in modo da riconquistarne (?) la leadership. Un tale rischiosissimo disegno si tradurrebbe in un ulteriore periodo (dopo quello referendario) di sostanziale vuoto di decisioni politiche, con i parlamentari impegnati a badare al loro destino elettorale. Altri mesi di inerzia, oltre i tanti già persi per la riforma bocciata dal referendum. Quale governo dall’orizzonte temporale limitato, infatti, può avventurarsi nell’adozione di provvedimenti ad effetti più duraturi? Oltretutto, il tentativo di una rivincita ravvicinata renziana scarica sul Pd il peso della pressione a favore delle elezioni anticipate, volute solo per fare i comodi del suo leader.
Ne sono una riprova le impressioni negative suscitate dalle dichiarazioni del Capogruppo alla Camera Rosato (sulla indisponibilità del pd a impiegare troppo tempo per tentare di varare una nuova legge elettorale) e da quelle, improvvide ma verosimili, del ministro Poletti su presunte volontà di andare al voto per evitare il pericoloso referendum sul Jobs Act. Quest’ultima idea, che resta sullo sfondo delle mosse renziane, è indicativa della folle paura delle pronunce popolari non direttamente partitiche che regna in buona parte del mondo politico, ma soprattutto nel Pd. Una paura conseguenza del mancato ascolto degli umori veri del Paese, che potrebbe portare a conseguenze imprevedibili!

edito dal Quotidiano del Sud

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