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Aste Ok, la Cassazione: “Il ricorso della Dda è inammissibile. L’ordinanza del tribunale di Avellino non e’ abnorme”

Depositate le motivazioni della sentenza della Suprema Corte con la quale è stato dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal pm Henry John Woodcock, dal Procuratore  Nicola Gratteri, dal Procuratore Aggiunto Sergio Ferrigno e dal sostituto procuratore dell’ Area I Rosa Volpe della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Dunque per i giudici della Cassazione l’ordinanza emessa dal tribunale di Avellino non presenta alcun vizio e dunque è legittima, così come le scarcerazioni degli otto indagati.

Ad avviso degli giudici della Sesta Sezione Penale l’ordinanza emessa lo scorso 27 aprile dal tribunale di Avellino  non  può essere qualificata come “atto abnorme, connotazione che ne consitrebbe  l’impugnazione anche al di fuori dei casi stabiliti dalla legge”.  Inoltre anche se “l’ordinanza fosse- sottolineano i magistrati  dellaa suprema Corte-  errata come dedotto dal Pubblico ministero, non ha determinato  comunque una stasi dell’iter processuale, condizioni necessarie perchè il provvedimento possa configuarsi  come abnorme.”Una motivazione quella depostata dai magistrati ermellini che non entra nel merito, ma decisamente di natura tecnica.

Era  stata la sesta sezione della Suprema Corte a bocciare il ricorso, definendo inammissibile l’impugnazione contro la decisione del Tribunale di Avellino, che aveva disposto la trasmissione gli atti alla Dda di Napoli per un nuovo capo di imputazione.

Nell’ordinanza emessa dal tribunale di Avellino il 27 aprile scorso, i giudici hanno riconfigurato l’organizzazione, coinvolta nel caso delle aste, come un’entità autonoma, sottolineando le condotte tipiche del reato 416 bis del codice penale, compreso il ruolo di antistato: una ricostruzione diversa dall’impianto accusatorio portato avanti in questi anni dalla Dda. Una modifica sostanziale, perché dopo la lettura dell’ordinanza i giudici hanno rinviato gli atti del processo alla procura antimafia per la riqualificazione delle accuse principali. E alla luce delle ragioni contenute nel dispositivo le esigenze di custodia cautelare, che erano abbinate alle precedenti ipotesi di reato contestate, sono venute meno: per questo i giudici hanno scarcerato e rimesso in libertà gli imputati.

Da qui il ricorso, promosso dal pm Henry John Woodcock e sostenuto da tutto l’Ufficio di Procura, compreso il procuratore Nicola Gratteri. Un ricorso nei confronti di cinque persone giuridiche (le società riconducibili agli indagati) e otto imputati (regrediti di nuovo ad indagati dopo l’ordinanza emessa dal tribunale presieduto dal giudice Roberto Melone): Nicola Galdieri, Carlo Dello Russo (questi due in carcere per la condanna inflitta per il processo Nuovo Clan Partenio), Livia Forte, Armando Aprile, Antonio Barone, Gianluca Formisano, Damiano Genovese e Beniamino Pagano, tutti scarcerati per effetto della decisione adottata dal Tribunale di Avellino all’esito di una camera di consiglio durata 24 ore e di un’istruttoria dibattimentale durata due anni e mezzo.

Nell’impugnazione il pm Woodcock aveva evidenziato come la decisione del Tribunale di Avellino fosse affetta da «abnormità strutturale» e che avesse «assunto le caratteristiche di una vera e propria sentenza di condanna, superando i limiti consentiti».

 La Procura partenopea ha notificato una nuova informazione di garanzia agli indagati per una serie di turbative d’asta e di estorsioni commesse tra il 2018 e il 2019.  E il tribunale del Riesame di Napoli (ottava sezione presieduta dal giudice Capozzi e composta dai magistrati Ruggiero e Consiglio) ha confermato il sequestro bis disposto dalla Dda (pm Henry John Woodcock e Simona Rossi) nei confronti dei componenti del clan delle aste. Ai sigilli, apposti dal nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza, si erano opposti quattro legali componenti il collegio difensivo: gli avvocati Villani, Furgiuele, Taormina e Botti. Si tratta della reiterazione di un sequestro già operato dai finanzieri su delega della Procura antimafia partenopea nei confronti degli indagati Armando Aprile, Gianluca Formisano, Antonio Barone e Livia Forte. Restano sotto sequestro 70 immobili, 26 terreni, 6 società, 3 autoveicoli e quasi 600 mila euro.

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