Sono gli spazi della casa, custodi della nostra intimità, parte integrante della propria storia e dei ricordi, rifugio e insieme prigione da cui è difficile liberarsi, spazi da proteggere ad ogni costo, luogo di condivisione e di ricordi, i protagonisti di quest’Altante Intimo, Apalos edizioni, che riunisce i racconti di cinque scrittrici, Anna Mallamo, Viola Di Grado, Veronica Galletta, Bianca Fenizia, Giusi Arimatea. Spazi che parlano di noi, dei dolori che ci portiamo dietro, testimoni fedeli delle nostre solitudini e gioie, ora causa dei nostri traumi, ora ancora di salvezza. Così in “Contrappunto” Arimatea ci consegna tre storie di donne che prendono forma nello spazio di una casa, a raccontarsi sono Assunta, sua figlia Bianca e la nonna Rosaria, simbolo di tre diversi modi di relazionarsi con l’universo maschile, da Rosaria che ha scelto sempre di obbedire alla logica patriarcale, di rinunciare a sè stessa per il suo uomo ad Assunta che chiede conto a un marito assente delle sue mancanze, che non vuole accontentarsi di un matrimonio di facciata, fino a pagarne il prezzo, costretta ad accettare la fine di quel rapporto e l’abbandono del tetto coniugale o Bianca che capirà che quando i tessuti si sfilacciano e i fili si spezzano, non è possibile porre rimedio e se i matrimoni finiscono non è colpa di nessuno. Così la casa dove la bambina, ormai cresciuta, ha vissuto con la sua famiglia diventa metafora del desiderio di mantenere salde le radici, nel luogo in cui ha imparato a camminare, cadere e rialzarsi, spazio in cui le storie di quelle donne continuano ad esistere: “Il mio passato era un coro a tre voci che si erano inseguite, accavallate, combattute, poi riconciliate. Poi di nuovo inseguite, accavallate, combattute, riconciliate. Ognuna aveva avuto un tempo proprio e un mondo distinto da abitare, eppure era stato sotto lo stesso tetto che tutte e tre, in battere e levare, avevano respirato”.
Bianca Fenizia fonde, invece, la piccola e grande storia, lo spazio privato e quello pubblico con una dedica speciale a Libero De Rienzo, Giuseppe Marotti, José “Pepe” Mujica, Abraham Yehoshua, “a chiunque abbia perso la propria casa e non può più tornare”. Così la storia di Esther Nussbaum, sessantenne israeliana, si intreccia con quella del presidente Benjamin Netanyahu e del conflitto arabo-israeliano, rivelando tutta la violenza di una propaganda che chiede di difendere la terra, le proprietà, costi quel che costi. Seguiamo Ester, una nonna israeliana come tante, alle prese con i sogni legati al futuro dei suoi nipoti, nel suo flusso di pensieri e ricordi, dalla prima volta in quella casa insieme al padre al presente, per scoprire che tutto è cambiato da allora, lei stessa sente che Jaffa le è ormai estranea, le strade hanno cambiato nome e persino l’humus è diventato patrimonio della cucina israeliana. Esther deve fare i conti con la vita, con le logiche di una società che contrappone, invece di unire, e non sa spiegarsi come mai “la casa che abbiamo amato così tanto si è trasformata nel tempio del nostro dolore, senza poter né uscire né entrare, schiavi degli aiuti degli altri, dipendenti di una volontà che non ci appartiene”, per scoprire che quella casa apparteneva ad altri, prima di loro, che da quella casa erano stati cacciati e che sarebbero voluti tornare solo a visitarla un’ultima volta, con parole che evocano le proprietà strappate da tanti israeliani ai palestinesi “E sì, non ci apparteneva, li avevano costretti a scappare per darla a noi, compreso l’aranceto che era il loro pane quotidiano. Erano assenti, fuggiti altrove e il comitato per gli alloggi, dopo la confisca, ce la affidò. Oh, ma tornarono, ci provarono sempre”. I ricordi di quella piccole barche piene di persone andare nella direzione inversa al loro arrivo; piangevano in una lingua che non conosceva, “implorando un dio di cui non avrebbe mai saputo le suppliche”. Esther, che rivendica con orgoglio di aver sempre rispettato la legge ebraica, è il frutto dell’ipocrisia imperante nell’universo israeliano, è sempre stata lì con il suo fucile a difendere quella casa, anche a costo di sparare, anche se erano ragazzi e volevano solo assaggiare le arance dell’aranceto o rivederne le stanze per un istante. Del resto, cos’altro avrebbe potuto fare? Con le sue certezze granitiche, che non consentono neppure di riconoscere le violenze e gli orrori di cui ci si può macchiare ogni giorno, Esther restituisce appieno lo spirito di una certa propaganda che è disposta a passare anche sul sangue e sui morti per difendere quelli che considera i propri diritti.
La violenza ritorna anche nel Perimetro dell’acqua di Viola Di Grado, una violenza che sembra farsi strada anche in uno spazio apparentemente sicuro come quello della casa. Colpa della difficile convivenza della protagonista con le conquinquiline, di una relazione complicata, dei lavori infiniti all’interno dell’appartamento, sempre più invaso dall’acqua. A innescarsi nella protagonista, una studentessa che ha sempre coltivato la gentilezza, non ama il conflitto e vorrebbe trovare nelle sue coinquiline sostegno e solidarietà, mentre si ritrova costretta a subire continue vessazioni, è un corto circuito, frutto del desiderio di difendere il proprio spazio, della frustrazione di chi sente di non essere al sicuro neppure nella propria camera da letto, di essere stato privato di ogni libertà e privacy. “Mi girava la testa. Cosa mi succede?, mi chiesi, con la nausea che mi saliva in gola. Sindrome di adattamento allo spazio, rispose il vento e l’acqua. Ma questo spazio è mio… È mio… I
Allo stesso modo ne “La finestra cannocchiale” di Veronica Galletta la casa finisce per non essere più spazio sicuro e protetto, ma confine costantemente invaso da parte degli altri. Lo scopre presto Elena, abituata convivere col suo dolore, in un condominio che sembra aver assunto le sembianze di una misteriosa creatura con una colonna vertebrale che arriva da piano terra all’ultimo piano e i tubi del bagno sempre otturati a causa della donna talpa, una vedova che vorrebbe caricarla ogni volta dei suoi dolori, tra operazioni e malanni, che sembra continuare a spiarla ” Elena si sente morire, come se il grosso tubo flessibile, aspirando la melma dal pozzetto si impadronisse di ogni cosa, salisse fino alla sua casa, le frugasse dentro”. Così quella finestra che guarda sull’esterno appare la sua unica salvezza, in una casa in cui è inseguita dai rimpianti di quando con lei c’erano il marito e il bambino e dallo spettro della donna talpa di cui sembra avvertire sempre la presenza, quando la casa dorme e i pensieri invadono la testa: “Non lasciarmi qui, ostaggio della donna talpa. Aprimi una via per non diventare come lei”. Fino a Frate Focu di Anna Mallamo in cui il fuoco che ha accompagnata da sempre la vita di Lucia, per tutti la bampata poichè da bambina era caduta in un braciere si carica di un forte valore simbolico “Lì era cominciata, la sua storia col fuoco. Il fuoco che l’aveva marchiata, e lei che aveva vinto il fuoco, e non le faceva più paura. E se non hai paura del fuoco non hai paura di niente. Manco del regime, manco del potestà, manco del matrimonio, manco della guerra”. Lucia che ha costruito quella casa, con le se maioliche, insieme al marito con fatica e sacrifici non può accettare di consegnarla insieme alla mano di sua figlia che ha studiato e coltiva il sogno di diventare dottoressa, soprattutto se a chiederla è il figlio del sindaco, il vicerrè, nella sua ansia di impossessarsi di quella proprietà. Il fuoco diventa così arma per opporsi alla prepotenza, alle ingiustizie, per difendere la propria figlia e quella casa che ha sempre amata, quella casa che sembra avere lei stessa una vita, poichè quando ami qualcosa, devi fargli un po’ male ” elei non l’aveva tradita, l’aveva salvata. Per salvare qualcuno devi fargli un poco male. Devi bruciarlo un poco”.


