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Nel dibattito sul regionalismo differenziato e la richiesta di autonomia da parte di alcune regioni del Nord si inseriscono elementi di riflessione che meritano attenzione. Non v’è dubbio che la pretesa nordista confligge in parte con la Costituzione e, soprattutto, mette a rischio l’unità del Paese. Come pure infrange quella solidarietà che è alla base della civile convivenza. Di più. Se il regionalismo differenziato fa riferimento alla spesa storica, di fatto esso finisce per penalizzare il Mezzogiorno che poco ha realizzato in termini di investimenti per servizi sociali e strutture per lo sviluppo. Tutto vero. Insigni costituzionalisti, meridionalisti di antico prestigio, intellettuali del Sud danno voce a quel coro di dissenso contro l’autonomia che facendo salve le ragioni di cui sopra, dimenticano, però di affrontare il tema con un minimo di autocritica. Nelle osservazioni fatte manca, a mio avviso, una attenta disamina sul ruolo della classe dirigente meridionale. Qualche esempio. L’Europa stanzia fondi al nostro Paese finalizzati alla crescita e allo sviluppo. Come mai le risorse concesse alle regioni settentrionali si esauriscono, salvo qualche rara eccezione, nei termini stabiliti e, invece, quelle destinate al Mezzogiorno non sono utilizzate e tornano all’Europa che le destina ad altri paesi? Si dirà a tal proposito: il Sud non progetta. Oppure: la criminalità meridionale fa incetta di fondi che arricchiscono le mafie e non creano sviluppo. E ancora: solo quando si accertano i ritardi nella spesa si utilizza quel provvedimento immorale dell’accelerazione della spesa, per cui pur di impiegare le risorse si dispensano fondi per progetti gestiti a favore delle clientele o per la cattura del consenso. Ancora un esempio. Mi riferisco alla sanità. Alle migliaia di pazienti che per curarsi intraprendono, con non poche difficoltà, i cosiddetti “viaggi della speranza”. Consuetudine che non riguarda solo i poveri cristi meridionali, ma anche potenti uomini del Sud.

Non è che nel Mezzogiorno manchino le eccellenze professionali (in molti casi quelle del Nord sono di origine meridionale), in realtà è la classe dirigente che gestisce la sanità a fare la differenza nel Sud. Qui la sanità, settore estremamente delicato, è prigioniera di quel clientelismo accattone fatto di primari promossi sul terreno della raccomandazione, spesso portatori di voti a padrini e padroni. Così accade che le strutture sono spesso fatiscenti perché tutta la partita si gioca nell’ambito della malapolitica che per mantenere il consenso dimentica le regole della civiltà dell’accoglienza sanitaria, dei servizi adeguati. Un dato per capire meglio: l’inefficienza della pubblica amministrazione del Sud viene stimata in 30 miliardi di euro. Potrei continuare con gli esempi di sprechi in altri settori della società. Io penso che gli attori del cambiamento del sottosviluppo meridionale non possono che essere i meridionali stessi. Certo essi devono poter fidare sull’equilibrio delle risorse, ma anche sulla propria capacità di essere classe dirigente. Questo richiede uno straordinario cambiamento di mentalità, l’abbandono del fatalismo inconcludente, di quell’assistenzialismo con cui si delega agli altri l’impegno per la rinascita. In questo filone si inserisce la manovra del reddito di cittadinanza il cui impiego appare ancora molto confuso e privo di certezze. Per trasformare la malapolitica che condiziona oggi il Mezzogiorno occorre il coraggio delle scelte e il ritorno alla Responsabilità. E’ ormai troppo tardi, visto lo scenario che si prospetta con questo governo, immaginare in tempo brevi il ritorno della buona politica e dei partiti come riferimento per la soluzione dei problemi. Qualcosa si può ancora fare dando al mandato di rappresentanza il suo reale significato: la tutela del territorio e il concorso a rafforzare le ragioni della crescita e dello sviluppo in ambito nazionale per rinsaldare l’unità del Paese. A mio avviso non c’è più spazio per piangersi addosso, per riscoprire una letteratura strappacuore che ha per decenni ha funzionato da alibi. Il tempo che occorre vivere ora è il tempo che impone di affrontare la realtà facendo ciascuno la propria parte. Nella legalità, nella trasparenza, ricostruendo la coscienza civile fatta di diritti e doveri e, soprattutto, restituendo alla questione morale il suo significato di impegno per il bene comune. Il resto è solo retorica interpretata da prefiche raccolte intorno ad un cadavere che, trascorrendo il tempo, emana un fetore sempre più insopportabile.

di Gianni Festa

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