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Nato imprevedibilmente in piena estate, stagione tradizionalmente refrattaria alle crisi e alle ricuciture, il secondo governo Conte si trova improvvisamente esposto a rischi di varia natura come se, per rievocare una metafora da prima repubblica, si fosse alla vigilia di un “autunno caldo”, dall’esito incerto. E’ vero che l’approvazione definitiva della riduzione del numero dei parlamentari, storica bandiera dei Cinque Stelle, ha, come si dice, “blindato” la legislatura; ma proprio la dimensione “bulgara” della maggioranza fa pensare che dietro l’unanimità si celino disegni diversi. Insomma, se le Camere sono al sicuro fino alla primavera del 2023, non per questo il governo può dormire sonni tranquilli.

I segnali di nervosismo non mancano, mentre il calendario propone scadenze che potrebbero nascondere trabocchetti. Giovedì alla Camera il governo ha rischiato di scivolare nel voto di approvazione della nota di aggiornamento del bilancio. Se l’è cavata per appena tre voti, e le numerose assenze fra i banchi della maggioranza hanno indicato un malessere che sarebbe imprudente trascurare. Osservati speciali sono i due più consistenti partiti della coalizione. I Cinque Stelle non hanno ancora smaltito le tossine accumulate in agosto: attorno ai ministri non confermati e agli ambiziosi rimasti delusi si è consolidata una fronda che si è manifestata nelle ripetute e finora inconcludenti votazioni per l’elezione dei capigruppo, ed ha preso di mira il capo politico del movimento, cui si rimprovera di aver pensato solo alla propria carriera. Lo stesso Di Maio, d’altra parte, sembra non volersi accontentare del pur prestigioso incarico alla Farnesina, e si presenta sempre più come l’alter ego del presidente del Consiglio, quasi un aspirante alla successione. Anche l’inedito attivismo di Giuseppe Conte è rivelatore di un disegno politico originale; il capo del governo strizza l’occhio agli eredi del centrismo democristiano, tenta di accreditarsi come il garante di una conversione moderata e rassicurante del movimentismo grillino, ma al tempo stesso si lancia in spericolate incursioni nel campo minato dell’intelligence, dove presto dovrà fare i conti con le insidie del suo alleato di un tempo, quel Matteo Salvini che oggi lo vede al capolinea: “la sua parabola è finita”, ha sentenziato ieri.

Tensioni non mancano neppure nel Partito democratico, dove il voltafaccia sul taglio dei parlamentari ha lasciato dietro di sé uno strascico di polemiche che non si acquietano. E così ci sono deputati che dopo aver votato sì alla riforma si impegnano a raccogliere le firme per farla bocciare nel referendum, mentre si discute sui correttivi da introdurre nell’ordinamento per garantire la rappresentanza dei territori e delle minoranze. Ma, è inutile negarlo, sui destini del Pd grava l’incognita Renzi. Il partito fondato dall’ex presidente del Consiglio naviga, nei sondaggi, attorno al 5% dei consensi, e dunque non dovrebbe destare preoccupazioni: eppure appare come una minaccia incombente sui destini del riformismo italiano e dello stesso governo, tant’è che se ne preoccupano Conte, Di Maio e naturalmente Zingaretti e Franceschini che rappresenta il Pd nel governo.

Ma torniamo al calendario, che prevede nelle prossime settimane appuntamenti importanti. Si comincia con la decima edizione della Leopolda, la convention di Matteo Renzi (18-20 ottobre) dove verrà lanciato il nuovo soggetto politico fondato dall’ex premier. Se, come si prevede, sarà l’occasione per l’annuncio di ulteriori adesioni eccellenti a Italia Viva, l’intero quadro politico ne potrebbe risultare terremotato. Subito dopo, il 19, ci sarà la manifestazione unitaria del centrodestra a Roma, che servirà a misurare la consistenza dell’opposizione egemonizzata da Salvini. E infine le elezioni regionali in Umbria a fine mese, vero banco di prova per il governo e la maggioranza. L’autunno caldo è alle porte.

di Guido Bossa

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