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Berlusconi vuol contare ancora

 

Il comunicato del Colle, giovedì, era scarno che più non si potrebbe: “Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto nel pomeriggio al Quirinale Silvio Berlusconi”. Punto. Non più senatore (ci mancherebbe) non più Cavaliere, neppure dottore, come lo chiamavano in azienda. Nome, cognome e basta. Neanche e un caffè. Solo fonti riservate parlano di un “clima cordiale” fra i due, che non si conoscevano personalmente e che non si erano parlati nemmeno quando il secondo andò al Quirinale per la cerimonia di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica, quello che lui non voleva e che non aveva votato. Poi più nulla. Ora non solo il ghiaccio è stato rotto, ma sembra che il filo riannodato possa servire a tessere una nuova tela politica, guardando al referendum ed oltre. Fonti berlusconiane fanno filtrare grandi elogi di Berlusconi verso il Capo dello Stato, apprezzato per la saggezza, la pacatezza, la lungimiranza, e ricambiato con l’assicurazione di un atteggiamento “responsabile” di Forza Italia dopo il voto di dicembre, anche in caso di vittoria del no. “Non chiederemmo automaticamente le dimissioni del governo”, avrebbe assicurato Berlusconi. Si sa quanto valgono le promesse in politica, e dunque anche questa, se veramente è stata fatta, andrebbe presa con le molle. Quel che è certo, però, è che l’incontro al Quirinale, sia pure richiesto da tempo e sempre rinviato per i motivi più vari, compresa la salute del richiedente, a meno di quaranta giorni dall’appuntamento con le urne del 4 dicembre, apre scenari nuovi sul dopo, qualunque sia la decisione sulla riforma costituzionale che gli elettori avranno imposto alla politica. Perché il dopo voto apre interrogativi per tutti i protagonisti del confronto. Finora si era parlato quasi esclusivamente di Matteo Renzi e del suo destino, sia in caso di vittoria sia, soprattutto, di sconfitta. Per raddrizzare i sondaggi ancora negativi, il presidente del Consiglio conta sul successo d’immagine della manifestazione di oggi a Roma e sull’accordo in vista (ma sarà vero?) per la riforma dell’Italicum, che lascerebbe fuori solo una minoranza della minoranza del Pd. Ma anche Silvio Berlusconi sta giocando una partita difficile, e anche per lui le incognite non mancano. Se vincerà il no, che difende senza troppa convinzione, gli sarà difficile intestarsi il risultato, che avrà padri ben più agguerriti di lui, da Grillo a Salvini alla stessa Giorgia Meloni: il primo considerato un pericolo mortale per la nostra democrazia, i secondi, alleati infidi e prepotenti. Se invece prevalesse il sì, gli stessi compagni di strada ci metterebbero poco ad attribuirgli la responsabilità della sconfitta, e tenterebbero in ogni modo di spartirsi le spoglie di quel che resta di Forza Italia, ufficiali e truppe, parlamentari ed elettori. In ogni caso, dunque, Berlusconi aveva bisogno, prima del voto, di dimostrare di esistere politicamente e di essere ancora un interlocutore istituzionale credibile e un protagonista assoluto della partita che si aprirà il 5 dicembre. Lo ha fatto nel modo più impegnativo per lui, facendosi ricevere dall’arbitro che avrà il compito di distribuire le carte alle forze politiche che dovranno decidere se e come portare avanti la legislatura dopo un esito referendario che sarà comunque uno shock per tutti, vincitori e vinti. Salendo al Quirinale e sperticandosi in lodi verso Mattarella, non solo ha ricomposto una frattura che aveva impulsivamente provocato al momento dell’elezione del nuovo Presidente, ma ha anche comunicato a tutti, alleati e avversari (forse più ai primi), che lui c’è ancora e che vuol contare di nuovo come capo della coalizione di centrodestra. Non è detto che ci riesca, ma giovedì un passo l’ha fatto, scegliendo l’interlocutore giusto, e in qualche modo indicandolo a tutti i contendenti. Dunque, il vero vincitore di questo complicato gioco di scacchi è il Presidente della Repubblica, che vede riconfermato il suo ruolo di arbitro. Al quale compete – disse nel discorso del giuramento il 3 febbraio 2015 – “la puntuale applicazione delle regole”. “L’arbitro – aggiunse – deve essere, e sarà, imparziale. I giocatori lo aiutino con la loro correttezza”. Ora Berlusconi l’ha capito. Ma gli altri?
edito dal Quotidiano del Sud

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