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Bilancio di un governo anomalo

Molto padrone di sé, volutamente rassicurante verso tutti gli interlocutori, nella sua prima conferenza stampa di fine anno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ampiamente superato l’esame davanti ad una commissione peraltro non particolarmente maldisposta (i giornalisti invitati dall’Ordine e dalla Stampa parlamentare), ma ha anche mostrato qualche cedimento, forse frutto dell’impreparazione, ma altresìe spia di qualche problema aperto nella coalizione gialloverde, la cui soluzione sfugge alla competenza e all’autonomia politica del capo dell’esecutivo. Ha esordito con toni decisamente lirici, parlando di “un’esperienza di governo assolutamente innovativa, che scandisce un significativo cambio di passo della politica italiana e condizionerà tutti in futuro”, e ha rivendicato il carattere “populista” della legge di bilancio ancora impantanata alla Camera, che “rispecchia gli impegni presi” con gli elettori. Ma subito dopo è incappato in due significativi scivoloni cui la sapiente comunicazione di palazzo Chigi ha tentato, senza successo, di porre rimedio.

E’ accaduto quando ha dovuto rispondere a due domande insidiose: sull’ipotesi, di cui ha parlato il vicepremier Salvini, di un “tagliando” del contratto di governo, e su quella ad essa collegata della possibile sostituzione di alcuni ministri. Un eventuale rimpasto “esula dalla sensibilità del premier” ma, “se mai l’esigenza maturerà in seno a una delle forze politiche, verrà comunicata all’altra, io ne verrò eventualmente messo a parte se fosse un’istanza condivisa e se ci fosse una soluzione prospettata, auspico che sia condivisa”. Ragionamento troppo circostanziato per essere liquidato alla stregua di una questione “inesistente”, come poi si è tentato di fare. In realtà è la conferma che qualcosa non va nel “perfetto amalgama” di giallo e di verde rivendicato da Conte come se fosse opera sua, quando in realtà il professore è stato convocato solo dopo la stesura del contratto.

Anche il meccanismo alquanto contorto del possibile rimpasto si presta a considerazioni di non poco conto sulla fisionomia del “governo del cambiamento”, nel quale il presidente del Consiglio, invece di dirigere la politica del governo “promuovendo e coordinando l’attività dei ministri” (art. 95 della Costituzione), fa un  po’ da mediatore fra le richieste dei partiti coalizzati auspicandone una composizione unitaria. Qui, da una parte, Giuseppe Conte si presenta come protagonista assoluto di un cambiamento epocale della politica italiana, con l’ambizione di “rivoltare il paese come un calzino” (l’aveva già detto Piercamillo Davigo in piena Tangentopoli oltre vent’anni fa), dall’altra offre del suo operato una lettura minimalista: “Tra cinque anni libero la poltrona, la mia esperienza di governo rimane una parentesi”.

Comunque sia, tutto è rinviato a dopo le elezioni europee: il vero tagliando lo faranno gli elettoridopo una competizione alla quale Giuseppe Conte non intende partecipare perché “non mi compete”. E anche questa è un’anomalia tutta da spiegare.

 

di Guido Bossa

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