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Buon anno scolastico, ma serve un grande patto educativo

La riflessione e l’augurio alla vigilia dell’inizio delle attività didattiche in Irpinia e in Campania

di Vincenzo Lucido

Con l’avvio dell’anno scolastico ormai in tutte le nostre scuole della Provincia, puntuale si rinnova il rituale degli auguri al quale non mi sottraggo nemmeno io, sperando di non cadere nella facile e banale retorica, d’occasione aggiungendo se mai qualche riflessione sul pianeta scuola frutto di una ultraquarantennale esperienza e con l’aggiunta di un pizzico di emozione e di preoccupazione di nonno di due splendidi nipotini, in ognuno dei quali vedo i tanti bambini e giovani che, fiduciosi, vivono la loro splendida avventura scolastica.

Va senza dire che il mio pensiero ed il mio augurio è rivolto a tutte le componenti scolastiche: Dirigenti, Docenti, Strutture tecnico amministrative, che garantiscono il buon funzionamento delle Istituzioni e, non ultimi, gli alunni che sono i veri protagonisti di questo straordinario processo formativo ed educativo.

E’ facile prevedere, sulla scorta degli anni precedenti, un profluvio di dichiarazioni, promesse, analisi di ministri, politici, amministratori locali, stampa e mass-media, pronti a dare la loro ricetta taumaturgica per risolvere gli annosi, drammatici problemi della scuola, con il rischio, però, di dare sempre soluzioni parziali e risposte tampone senza mai affrontare il problema scuola nella sua complessità e unità.

Da anni nella disattenzione, se non addirittura nella indifferenza generale, la scuola sta vivendo un lento ma costante e inesorabile declino: ha perso la funzione di ascensore sociale, non è più il punto di riferimento educativo e formativo per i giovani e le loro famiglie. Lungo l’elenco dei motivi: i docenti mal pagati, demotivati, sempre più ridotti a burocrati per gli adempimenti previsti, hanno da tempo perso il prestigio sociale che ne faceva i pilastri rispettati e fondamentali per la società.

La formazione universitaria, la selezione del personale, il precariato infinito che ha fatto della scuola un vero e proprio ammortizzatore sociale, le continue migrazioni di Dirigenti e Docenti, procedure concorsuali interminabili con continui interventi della magistratura, i continui tagli previsti dalle varie finanziarie che si abbattono sulla scuola e portano a discutibili piani di dimensionamento degli istituti e la conseguente nomina di reggenti alla guida di importanti istituzioni della nostra provincia, il preludio chiaro ad inevitabili soppressioni ed aggregazioni per realizzare economie, senza prevedere deroghe indispensabili per le realtà già asfittiche delle zone interne, che a parole si dice di voler salvare.

L’elenco potrebbe continuare. Per fortuna, per quanto riguarda la situazione edilizia, grazie al sisma del 1980 e di recente ai fondi del PNRR, sono stati costruiti o sono in via di realizzazione edifici scolastici all’avanguardia. Il problema se mai sarà tra qualche anno, se non c’è una precisa volontà di inversione di tendenza per le zone interne afflitte da una drammatica denatalità e da opportunità lavorative e condizioni di vita accettabili per i nostri giovani. Al di là di questi annosi problemi che certamente non si risolvono dall’oggi al domani, le vere e gravi emergenze sono quella formativa ed educativa.

Anche se gli ultimi risultati INVALSI hanno fatto registrare leggeri miglioramenti, i livelli di competenze di base  in italiano, matematica ed inglese non sono certamente esaltanti e collocano la nostra scuola al di sotto della media europea  e tra gli ultimi posti di quella mondiale.

D’altronde i giovani e la scuola che li accoglie riflettono l’immagine di una società profondamente in crisi, in quanto sono saltati i tradizionali punti di riferimento che sono stati alla base della crescita e del consolidamento della nostra società. Sono in crisi le famiglie, le parrocchie la politica e i partiti politici, le altre agenzie educative.

In particolare la scuola, aggredita dai social, da tempo ormai corre il rischio di essere superata dagli  altri mezzi di informazione, di non essere  al passo dei tempi in una società in rapida e tumultuosa trasformazione, di ridursi a svolgere un ruolo di retroguardia, limitandosi ad una funzione, che pure in passato poteva avere la sua giustificazione ed un significato storicamente giustificabile, informativa ed addestrativa.

In fondo, in una società complessa, tecnologicamente avanzata e globalizzata, caratterizzata da una eccessiva pervasività degli strumenti mass-mediali, la scuola non può concorrere con  gli altri agenti dell’extra scuola nell’informare di qualcosa o “nell’abilitare a fare qualcosa”. In questo ruolo le tecnologie informatiche, i servizi pubblici, i giornali, la televisione, i gruppi di volontariato, le imprese riescono a dare una congerie di informazioni a cui la scuola non riesce a stare dietro. Ma quello che l’extra scuola non riesce, non vuole, o non può fare  e formare una coscienza critica, fornire un metodo critico.

Ed è proprio questo l’alto ed insostituibile ruolo della scuola, nuovo ed antico insieme: educare le menti dei nostri ragazzi a criticare la massa di informazioni e di abilitazioni apprese, a saper valutare la loro validità per la vita, a saperle sistematizzare, a saper governare, insomma, i processi, e non essere travolti da loro.

Serve, quindi, una scuola di qualità che abbia progettualità formativa alta, in grado di riscoprire appieno la sua missione che è quella, sempre più attuale ed irrinunciabile, di fare, come scrive Morin, delle “teste ben fatte”, di recuperare credibilità nel processo culturale e formativo dei giovani, nei confronti degli stessi giovani, delle famiglie e della società.

Una scuola insomma, per dirla con le recenti esternazioni del Filosofo Cacciari, in cui gli insegnanti siano riconosciuti “nella loro importanza di agenti di liberazione e non di fabbricanti di occupati”. Senza voler liquidare o sminuire il problema dei saperi e delle competenze, forse la più preoccupante è quella educativa, cioè saper essere.

Lungi da me l’idea di impancare facili processi con sentenze precostituite, né avventurarmi in improvvisate analisi sociologiche, per aver vissuto anni nella scuola e non aver mai reciso i contatti con i giovani, ma posso dire che i nostri ragazzi si comportano rasentando, se non superando, il limite della decenza e della buona educazione, ignorando talora, addirittura la distinzione tra il lecito e l’illecito, il consentito e il non consentito.

E questo fenomeno che attraversa tutti gli ordini di scuola non è assolutamente colpa dei giovani, costretti a vivere in una società percorsa da un eccessivo relativismo etico e senza saldi punti di riferimento. Per affrontare questa drammatica emergenza, educativa e formativa, urge un duplice patto.

Serve, anzi si impone, un grande patto educativo tra scuola e famiglia per tentare di recuperare almeno i valori fondanti di una società civile, che sono il rispetto di sé e degli altri, il culto della libertà, non semplice enunciazione di principio o magari pretesa di riconoscimento soltanto dei propri diritti, ma pratica costante di doveri e del rispetto dei diritti altrui e dell’accettazione dell’altro.

Un patto che veda reciprocamente impegnate scuola e famiglie in questa impresa delicata e straordinaria in cui le famiglie riconoscano, in concreto, alla scuola, la grande funzione di centralità che deve avere nella formazione dei nostri giovani collaborando attivamente, senza delegare le proprie competenze alla scuola, dalla quale finiscono per aspettare o pretendere i no che non sanno o non vogliono dire, determinando incomprensioni sui ruoli e cortocircuiti certamente non utili a trasmettere messaggi forti, certi, univoci.

Serve sul piano formativo un grande patto territoriale  che veda finalmente dialogare, anzi  operare insieme tutti gli attori protagonisti presenti ed attivi sul territorio: scuola, mondo del lavoro, enti locali, associazionismo.

Solo così, realizzando una grande indifferibile alleanza e superando storici steccati, dannose autoreferenzialità, si può arrivare ad una offerta formativa integrata, non risultato sia pure di apprezzabili riflessioni e ricerche di buone professionalità interne alle singole scuole, ma la sintesi alta di sicure esperienze concrete e saperi consolidati, continuamente aggiornati della scuola rivisitati e rielaborati, in grado di rispondere ai bisogni del territorio  e alle attese ed alle speranze dei nostri giovani.

Una scuola, insomma, vero e proprio laboratorio di desanctisiana memoria, in cui non si trasmettano solo saperi consolidati e reperibili sui testi, ma dove si produca, in uno spirito di collaborazione tra studenti e docenti, vera cultura.

E’ questo l’augurio che sento di rivolgere, con sincero accorato affetto e preoccupazione, a tutte  le componenti, in particolare, però, ai nostri giovani, che debbono non solo sentirsi destinatari, ma anche entusiasti protagonisti di questo patto e di questa straordinaria avventura formativa educativa che è ogni anno scolastico: avere sogni e speranze, coltivarli sempre con lo studio, con la gioia della scoperta, con spirito di sacrificio e l’etica dell’impegno e della responsabilità, che sono il presupposto per assaporare qualsiasi conquista e per realizzare ogni progetto, individuale e collettivo. E perchè non resti un vuoto appello, uno dei tanti di rito di inizio anno, auspico un sussulto di professionalità, un ritrovato entusiasmo e passione, un concreto supplemento di etica dell’impegno e della responsabilità da parte di tutti.

Se non per noi, per i nostri nipoti!

 

 

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