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Caivano, lo Stato educante e la preside Eugenia Carfora

di Rosa Bianco

Ci sono territori che entrano nel dibattito pubblico solo quando esplodono le emergenze. E ci sono storie che, molto prima dei decreti e delle dichiarazioni ufficiali, indicano la strada. Caivano è diventata simbolo nazionale di un disagio profondo, stratificato, che intreccia povertà educativa, marginalità sociale, criminalità diffusa e abbandono istituzionale. Il Decreto Caivano, varato dal Governo il 15 settembre 2023, come risposta straordinaria a una crisi diventata insostenibile, rappresenta un punto di svolta: il riconoscimento esplicito che senza un intervento forte dello Stato non esiste futuro per intere generazioni. Ma ogni legge, per non restare lettera morta, ha bisogno di una visione. E quella visione, da anni, ha un nome preciso: Eugenia Carfora.

Prima che la politica decidesse di intervenire con strumenti normativi, sanzionatori e preventivi, c’era già una dirigente scolastica che aveva compreso una verità fondamentale: la scuola non è un servizio, è una funzione costituzionale di presidio democratico. Nell’Istituto “Francesco Morano” di Caivano, Carfora ha praticato la centralità dell’educazione come primo argine contro la violenza, l’illegalità, la dispersione e la negazione dei diritti dei minori.

La serie televisiva che racconta la sua storia, interpretata con rigore e intensità da Luisa Ranieri, non è soltanto un prodotto culturale di successo. È un atto politico nel senso più alto del termine. Porta nel cuore del dibattito pubblico una domanda che troppo spesso viene elusa: che cosa significa davvero governare i territori fragili? La risposta non può limitarsi all’ordine pubblico, né può essere demandata esclusivamente al welfare. Governare significa educare. E educare significa assumersi una responsabilità collettiva, continua, non delegabile.

Il Decreto Caivano ha introdotto misure importanti: rafforzamento della tutela dei minori, contrasto alla dispersione scolastica, interventi repressivi contro lo sfruttamento e la violenza. Ma il suo valore più profondo è simbolico e culturale: afferma che lo Stato torna dove per troppo tempo è mancato. Tuttavia, la presenza dello Stato non si misura solo con pattuglie o norme penali. Si misura con la qualità della scuola, con la sua autorevolezza, con la sua capacità di essere credibile agli occhi di ragazzi cresciuti in contesti, dove l’illegalità è spesso più visibile della legge.

Eugenia Carfora ha costruito questa credibilità giorno dopo giorno, spesso in solitudine. Ha fatto della pedagogia un atto politico concreto: andare a cercare gli studenti che avevano abbandonato, parlare con le famiglie, sfidare apertamente la cultura della rinuncia. Ha dimostrato che l’autorità educativa non è autoritarismo, ma coerenza; non è distanza, ma presenza; non è punizione, ma responsabilità condivisa. La sua azione ha incarnato un’idea di scuola come comunità educante, capace di includere, di pretendere, di resistere.

Dal punto di vista pedagogico, l’esperienza di Caivano smonta una retorica pericolosa: quella che attribuisce il fallimento scolastico esclusivamente ai contesti sociali. Carfora ha mostrato che anche nei territori più complessi è possibile costruire percorsi di successo formativo, a patto che la scuola sia messa nelle condizioni di agire: autonomia reale, dirigenti forti, docenti sostenuti, alleanze con le istituzioni e con il terzo settore.

Politicamente, la vicenda di Caivano interroga l’intero Paese. Non esistono periferie “altre”: esistono periferie che anticipano ciò che accade quando lo Stato arretra. La scuola, in questo scenario, non è un capitolo di spesa, ma un investimento strategico di sicurezza democratica. Ogni ragazzo sottratto alla dispersione scolastica è un cittadino restituito alla Repubblica. Ogni dirigente che resiste in una scuola di frontiera è un servitore dello Stato a pieno titolo.

La narrazione televisiva, grazie all’interpretazione di Luisa Ranieri, restituisce dignità e visibilità a questo eroismo civile. Non un’eroina solitaria, ma una donna delle istituzioni che ha scelto di restare, di esporsi, di assumere su di sé il peso delle scelte difficili. In questo senso, La Preside è un’opera pedagogica collettiva: educa lo sguardo del pubblico a riconoscere che la legalità non nasce nei tribunali, ma nelle aule scolastiche.

Se il Decreto Caivano rappresenta il ritorno dello Stato, Eugenia Carfora ne rappresenta l’anima. La sfida, oggi, è trasformare un intervento emergenziale in una politica educativa strutturale, capace di durare nel tempo e di replicare modelli virtuosi. Perché Caivano non sia più un simbolo di degrado, ma un paradigma di rinascita civile. E perché la scuola torni a essere ciò che la Costituzione le affida: il luogo dove si costruisce, ogni giorno, la democrazia.

 

 

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