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Campana, “Baobab”: l’emergenza Covid e la fragilità dell’anima

“E’ un albero di memoria, di resilienza, di connessione profonda con la vita e le sue ferite”

Sceglie di raccontare le fragilità del nostro tempo, da quelle biologiche a quelle sociali ed educative, a partire dal ruolo centrale che riveste l’informazione in ogni pandemia il volume di Biagio Campana “Baobab. Come il mondo si ammala, come può guarire”. Un libro per “dare voce non solo a ciò che è successo ma a ciò che rischiamo di dimenticare”, come ci ricorda l’albero del baobab che fiorisce nella stagione più secca e che, spiega l’autore, “affonda le radici nella terra arida, la sua chioma sembra capovolta verso il cielo. E’ una albero di memoria, di resilienza, di connessione profonda con la vita e le sue ferite”. La memoria diventa così punto di partenza per trasformare le fragilità in luogo possibile della rinascita, ricordandoci che nessuna tecnologia può sostituire l’ascolto e la volontà di prenderci cura gli uni degli altri, poiché “la vera cura comincia prima della diagnosi. Nelle scelte quotidiane, nella scuola, nell’ambiente, nell’informazione”.

Se è vero che l’arrivo di una nuova pandemia appare quasi una certezza secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel segno della ciclicità che caratterizza epidemie e fenomeni pandemici, è evidente che questo rischio cresce nei luoghi in cui le barriere tra uomo e natura sono state abbattute, aprendo crepe pericolose. Un rischio a cui si accompagna sempre l’Infodemia, fatta di verità manipolate e bufale virali proprio come è accaduto con il Covid. Ecco perché diventa fondamentale comprendere le origini di questo fenomeno e ripercorrere una storia dolorosa fatta di ferite visibili, come i contagi, i decessi, la crisi sanitaria e di ferite meno visibili, come i lutti congelati, il dolore rimosso fino alla sofferenza dei giovani che hanno perso all’improvviso le loro certezze e punti di riferimento, facendo fatica a ritrovare sé stessi anche dopo la fine della pandemia.
Campana analizza con attenzione le vie di trasmissione dell’Infodemia, mutevoli, invisibili, incontrollabili, nell’era delle nuove tecnologie e dei social: basta un post, una notizia priva di fondamento rilanciata da un sito perché si inneschino allarmismi senza senso, cresca la sfiducia nella scienza e si modifichino radicalmente i comportamenti, fino a influenzare le decisioni dei politici.

Uno spazio difficile da controllare poiché i tentativi di mettere ordine in questo caos si scontrano con il diritto all’informazione e alla libertà d’espressione. ”Per questo, scrive Campana, contrastare l’Infodemia non significa spegnere la comunicazione ma imparare a riconoscere i suoi meccanismi. Serve un’educazione diffusa alla complessità, capace di insegnare a leggere criticamente ciò che passa sullo schermo, distinguendo il dato dall’opinione, il dubbio legittimo dalla manipolazione internazionale. E’ necessario un nuovo tipo di alfabetizzazione che restituisca alle persone la capacità di orientarsi nel rumore di fondo del mondo connesso”.

Nessun dubbio, dunque, che la responsabilità della comunicazione scientifica è sempre una questione di salute pubblica. Un esempio arriva dalla storia della ventilazione meccanica, divenuta contemporaneamente simbolo di speranza e di paura nella stagione del Covid. I dati di uno studio, condotto in un ospedale di New York nei primi mesi della pandemia, che riportavano un tasso di mortalità dell’88% tra i pazienti ventilati meccanicamente, hanno finito per scatenare il panico, trasformando la ventilazione meccanica in una minaccia per la sopravvivenza e non in uno strumento decisivo per la salvezza del paziente. Mentre i dati raccolti erano certamente parziali, perchè non consideravano l’età del paziente, né la gravità del quadro clinico, non includevano fattori come comorbidità, tempi di intervento o qualità delle cure ricevute. Campana conclude che, malgrado gli errori nell’uso della ventilazione meccanica, che pure ci sono stati, a causa della scarsità delle risorse e di personale specializzato negli ospedali, saranno, poi, studi successivi a chiarire il ruolo cruciale svolto nella riduzione della mortalità. Di qui l’importanza, ribadisce l’autore, di “raccontare la scienza con onestà e pazienza, spiegando non solo i risultati ma anche i limiti, i dubbi, l’evoluzione del sapere”. L’obiettivo resta quello di contrastare l’Infodemia e è possibile farlo solo investendo in strategie di prebunking, insegnando ai cittadini a riconoscere le narrazioni manipolatorie e promuovendo l’alfabetizzazione scientifica e mediatica. Quella che l’autore definisce consapevolezza digitale. Poiché è evidente che non è più possibile controllare l’informazione con la forza o l’autorità morale, ogni forma di controllo rigido genera disinformazione mentre le piattaforme social premiano la reazione emotiva più che l’accuratezza, trasformando la verità in una competizione di visibilità. “La verità – scrive Campana – non ha bisogno di essere difesa con le armi della repressione. Ha bisogno di essere raccontata con onestà, spiegata con linguaggio accessibile, condivisa con fiducia”. La sfida è quella di coltivare il dubbio come forma di allenamento e non confondere la viralità con la verità.

Grande attenzione è rivolta alla ricostruzione delle origini dei coronavirus, compagni silenziosi della storia evolutiva dell’uomo, capaci di muoversi tra uomini e specie animali, modificando il nostro corpo. Alcuni studi sul genoma moderno hanno, infatti, rivelato che un antico Coronavirus potrebbe aver infettato gli antenati delle popolazioni dell’Asia Orientale 25.000 anni fa. La stessa influenza russa che tra il 1889 e 1891 provocò circa un milione di morti potrebbe essere stata la prima grande pandemia da Coronavirus della storia, come proverebbe la sorprendente somiglianza genetica tra i due virus con un basso tasso di decessi tra i più giovani.

Un libro, quello di Campana che mette in guardia su passato e futuro, perché la sorveglianza, clinica epidemiologica ma anche informativa, non si esaurisce con la fine dell’emergenza. Lo dimostra la notizia del nuovo Coronavirus Hku5-Cov2 che ha suscitato l’attenzione della comunità scientifica perché utilizza lo stesse recettore del Sars Cov 2 ma ha anche riacceso il timore di una nuova pandemia, portando le prime distorsioni comunicative e segnali preoccupanti di disinformazione.

Poiché la “pandemia è cominciata nel momento in cui abbiamo accettato l’idea che tutto fosse separabile, economia e ambiente, uomo e animale, salute e giustizia” sacrificando tutto in nome del profitto. La distruzione degli ecosistemi, la deforestazione, l’intensificazione agricola e l’espansione urbana hanno favorito il contatto dell’uomo con la fauna selvatica, creando condizioni favorevoli alla trasmissione dei virus. La conferma arriva dallo stesso mercato di Wuhan, contraddistinto dal mancato rispetto delle regole sanitarie più basilari.

Ed è uno studio che non risparmia nessun dettaglio quello che consegna Campana, dagli spillover del XX e XXI secolo con l’influenza aviaria e l’influenza suina alla teoria dello scienziato Montagnier che immaginava la nascita del Covid da una possibile manipolazione artificiale del genoma, una tesi che non trova riscontro sul piano scientifico. Di qui la necessità di un organismo sovranazionale capace di garantire trasparenza, sicurezza e cooperazione scientifica internazionale. Poiché è proprio la mancanza di trasparenza ad alimentare diffidenza e teorie alternative.
Fino alla sfida del vaccino che si rivelerà decisivo per combattere il virus. In Italia, l’Istituto Superiore della Sanità ha calcolato che la vaccinazione ha ridotto dell’80% i ricoveri e dell’87% i decessi. I vaccini non hanno fermato la circolazione del virus ma hanno permesso di trasformare una minaccia potenzialmente devastante in una minaccia più gestibile, di alleggerire gli ospedali e ridurre il dolore. Al tempo stesso hanno rivelato come la salute globale non è ancora un diritto ma un privilegio geografico, poiché la possibilità di ricevere il vaccino nei mesi terribili del Covid era strettamente legata al luogo in cui si era nati con nazioni che facevano fatica anche ad assicurare alla popolazione un singolo lotto.

Gli stessi casi di rare reazioni avverse, dalle miocarditi alle trombosi, attentamente studiate nel tempo, hanno dimostrato la capacità della scienza di correggersi, definendo linee guida, raccomandazioni per fasce di età, fino a dimostrare come il vaccino resti una delle forme di prevenzione più sicure e controllate mai introdotte nella pratica clinica. E se è vero che la velocità della campagna vaccinale è stata il suo limite perché bisognava agire prima di spere tutto, il dato evidenziato dalle principali agenzie sanitarie è che non esistano evidenze di effetti cronici associati ai vaccini, nessun aumento di tumori o di malattie autoimmuni o neurologiche “Oggi sappiamo che non basta dire il vaccino è sicuro: bisogna spiegare perché, con che limiti, con che probabilità”. Né Campana dimentica ferite, errori e nodi irrisolti come quello legato al vaccino italiano ReiThera con la seconda fase della sperimentazione partita con 917 volontari e poi lo stop al finanziamento e all’accordo tra Invitalia e Reithera con l’impossibilità di proseguire. Per i volontari cominciava una terra di nessuno sanitaria, improvvisamente diventati un’anomalia, a causa dell’impossibilità di ricevere il Green Pass ed accedere ad altri vaccini, fino all’arrivo dei risultati della sperimentazione. Inevitabile la denuncia di essere stati usati e dimenticati, segno della perdita di fiducia reciproca tra istituzioni e persone.

Ma il Covid è stato anche deumanizzazione della morte con la negazione per motivi di sicurezza sanitaria dei funerali e della condivisione del dolore, una scelta adottata non da tutti i paesi del mondo, che risuona come un monito alla società a cercare sempre un equilibrio nella gestione delle emergenze tra sicurezza sanitaria e dignità.

Ad emergere con forza nella stagione della pandemia le disuguaglianze sanitarie tra Nord e Sud, ulteriormente minacciate dal pericolo autonomia differenziata e dalla mancanza di un sistema informativo sanitario italiano, disuguaglianze potenziate dal ricorso nelle scuole alla didattica a distanza. Campana si sofferma a lungo sui traumi causati dal Covid, che hanno riguardato in particolare le donne, caregiver dentro e fuori casa, bambini e giovani, a lungo dimenticati nella pandemia costretti a fare i conti con la perdita di riti di passaggio e socialità, con un forte incremento dei casi di disturbi alimentari, disturbi psichiatrici, comportamenti autolesionistici e infine operatori sanitari, o sopravvissuti costretti a fare i conti con il Long Covid.

Di qui la necessità di restituire priorità alla salute mentale, rendendo stabile la figura dello psicologo scolastico, per una nuova cultura dell’infanzia fondata sull’alleanza attiva. Campana lo ripete con forza, questo libro nasce dal dovere civile di restituire voce a chi è scomparso, la memoria diventa così esercizio di responsabilità, proprio come questo libro che “si chiama Baobab non solo per evocare un simbolo ma per ricordarci che le storie devono generare vita”.

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Floriana Guerriero

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