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Carceri, De Luca ascolti l’appello 

La recente visita alla casa di reclusione “di Sant’Angelo dei Lombardi e di Ariano Irpino, da parte della presidente del Consiglio regionale Rosetta D’Amelio e di Samuele Ciambriello, garante dei detenuti.
La recente visita alle cese di reclusione di S.Angelo dei Lombardi e di Ariano offre l’occasione- per chi opera da anni all’interno di quelle mura- di sviluppare una riflessione e di avanzare alcune criticità. Ebbene, la premessa non può che essere un caloroso benvenuto alla Regione Campania, la quale, si spera, possa mettere al proprio ordine del giorno non solo la fondamentale questione riguardante le condizioni carcerarie della popolazione detenuta, ma anche e soprattutto il non meno importante nodo inerente alle condizioni di lavoro del personale impegnato negli istituti penitenziari. A tal fine urge ribadire che la Sanità penitenziaria svolge un ruolo fondamentale, proprio perché il diritto alla salute dell’uomo è propedeutico alla rieducazione del reo. Pertanto, affinché tutto ciò possa avvenire, indispensabile sarebbe garantire condizioni di lavoro migliori anche e soprattutto agli operatori che all’interno di questi istituti prestano la propria attività lavorativa. In questi mesi sono emerse tante difficoltà, molte delle quali evidenziate anche nelle cronache dai media, che si spera possano rappresentare quel campanello d’allarme in grado di indurre la classe dirigente ad avviare una analisi sulle ragioni che hanno spinto sempre più spesso gli operatori della medicina penitenziaria ad eclatanti sit-in di protesta. La mancanza di risorse in parte, ma soprattutto l’assenza di un’adeguata programmazione affidata sempre più spesso a dirigenti neofiti di una materia tanto delicata, ha determinato nel giro di qualche anno gravi situazioni di disagio e difficoltà. Il livello delle criticità, diventato endemico all’interno degli istituti di pena, viene fronteggiato molto spesso solo grazie allo spirito di abnegazione, alla professionalità e all’esperienza degli operatori che vi lavorano. La genesi più recente del problema risale prima al 1999, quando con il decreto legislativo n. 230, si è proceduto al riordino della medicina penitenziaria con l’obiettivo di garantire ai detenuti un livello di tutela della salute pari a quello dei cittadini liberi, disponendo il passaggio delle competenze in materia di sanità penitenziaria dal Ministero della giustizia al Servizio sanitario nazionale e quindi alle regioni e alle aziende sanitarie locali (ASL), e successivamente alla legge finanziaria 2008 (legge n. 244 del 2007, articolo 2, comma 283), che ha previsto l’emanazione di un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri per provvedere al trasferimento al Servizio sanitario nazionale di tutte le funzioni sanitarie svolte dal Ministero della giustizia, nonché delle relative risorse umane, finanziarie e strumentali. Purtroppo, nonostante siano trascorsi dieci anni dal passaggio di competenze della medicina penitenziaria alle Asl, la fase di transizione non sembra essere ancora superata, con effetti ovviamente nefasti che ricadono soprattutto sul personale sanitario, considerato sempre come intruso e mai come personale Asl. Non è stato, infatti, profuso alcun impegno da parte della dirigenza, al fine di valorizzare quelle figure (medici e paramedici) che da anni lavoravano all’interno degli istituti penitenziari, in un contesto tanto delicato quanto diverso da quello in cui gli operatori sanitari sono abituati a lavorare all’esterno. Ciò, ovviamente, è legato ad una situazione ambientale inevitabilmente complessa, la quale espone chi vi opera a rischi di ogni genere. Uno degli aspetti che negli ultimi anni è stato colpevolmente trattato con eccessiva superficialità, ma che rappresenta, invece, il cuore del problema, riguarda la notevole crescita della popolazione detenuta, alla quale è consequenzialmente legata una domanda sempre maggiore di sevizi e prestazioni; paradossalmente questa maggiore richiesta non ha trovato una pronta risposta, anzi, si è assistito ad un ridimensionamento in termini numerici del personale che opera all’interno degli istituti penitenziari. Il passaggio alla competenza delle Asl di una materia tanto delicata, come quella del diritto alla salute all’interno degli istituti penitenziari, non poteva non partire dalla valorizzazione della parte virtuosa dell’eredità lasciata dalla vecchia medicina penitenziaria; si è invece provveduto a fare l’opposto: nel 2016 sono stati, infatti, licenziati dei professionisti con esperienza ventennale, maturata proprio all’interno degli stessi istituti. La conseguenza è che da due anni, mensilmente assistiamo ad un turnover di giovani medici, tante volte mandati allo sbaraglio; tutto questo perché non è stato programmato alcun affiancamento e non vi è stata programmazione nella gestione delle risorse umane. La stessa situazione di precarietà viene vissuta anche dal personale infermieristico. Accade di sovente che per coprire i turni di lavoro in alcuni presidi sanitari resi vacanti per esiguità di personale, alcuni infermieri già oberati, si trovano costretti a ulteriori carichi di lavoro. Per tutte queste ragioni, e prima che la situazione diventi insostenibile, appare doveroso un cambio di rotta, una presa di coscienza da parte di chi guida i processi decisionali, in primis dal management della locale Asl di Avellino. Infine un accorato appello è rivolto al Governatore De Luca, in qualità di commissario ad acta per la sanità, affinché raccolga le istanze di una categoria di “frontiera” che non può essere ulteriormente maltrattata.

di Bruno Aliberti* edito dal Quotidiano del Sud
*Responsabile sanitario presidio penitenziario di S.Angelo dei Lombardi

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