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Stiamo ancora a parlare di centro dei moderati, di popolarismo, di partito dei cattolici, come se queste aggregazioni fossero ancora possibili. L’Irpinia, poi, è terra di irriducibili: Gargani prescrive la medesima formula da anni pur non avendola trovata, come credeva, nel partito azienda di Berlusconi. Rotondi, che con Berlusconi ancora convive, pensa ancora di riesumare i vecchi valori della DC, che – come si sa – erano complessi ed a volte contrastanti, pur sapendo che la politica di Sturzo, di De Gasperi e di Moro è finita nei testi di storia. Il secolo breve si è concluso con la caduta del muro di Berlino e, da allora, una rivoluzione copernicana ha trasformato il mondo, l’Europa e l’Italia. I cittadini mostrano un fastidio crescente verso la politica, che non li rappresenta più, e il giudizio negativo sui protagonisti della prima Repubblica che, con i loro errori, hanno affossato, è impietoso. Alcuni protagonisti del passato continuano ad usare termini obsoleti, come se fosse ancora oggi possibile parlare di destra, di sinistra e di centro. Gargani e Rotondi continuano a riproporci riedizioni di partiti tradizionali o di voler “ricostruire un’anima popolare, cattolica e cristiana” come se fosse ancora possibile una riedizione del passato. Lo stesso De Mita, che conserva il fiuto del vecchio politico di razza, ha finito per emarginarsi in un partito, l’Udc, dalle percentuali dello zero virgola. E continua a dire che la politica è soluzione dei problemi, anche se persiste a non proporre soluzione ai grandi problemi che affliggono l’Irpinia, ora che fa politica sul territorio, e il progetto della Città dell’Alta Irpinia, sotto la sua presidenza, si è impantanato nella selva dei localismi. Per Noberto Bobbio, che affrontò, da studioso, il problema molti anni fa, destra e sinistra si potevano ancora qualificare solo per il diverso atteggiamento che il popolo (tradizionale) di destra e quello di sinistra mostravano nei confronti dell’idea di eguaglianza. Per lui il centro non aveva consistenza teorica e non definiva una parte. Solo su una cosa i vecchi politici hanno ragione da vendere: rottamare il passato non è una pura operazione anagrafica e i giovani e rampanti politici di oggi, a partire da Renzi, da molti dei suoi ministri e collaboratori, hanno scarsa cultura politica, improvvisazione, spregiudicatezza, uso sapiente dei media, comunicazione politica assorbente, personalizzazione della politica (una volta si chiamava culto della personalità!), populismo. Vogliono soppiantare un sistema, non concorrere ad una politica nuova. Il Pd è ormai un partito personale e quello irpino, poi, è il nulla che ha sostituito la politica ed i politici di una volta. I rischi di una deriva in senso dirigistico ed autoritario ci sono tutti. Il Pd di Renzi – come gli altri partiti e movimenti sorti un po’ dappertutto in Europa in questi ultimi anni – non si fonda su un pensiero politico, su un progetto ma sulla contingenza, sul contemporaneo, sull’interesse del momento, non su un percorso della storia. Invece di riproporre schemi superati, i vecchi politici, nella loro saggezza di anziani, farebbero bene, invece, a porre sul tappeto i problemi veri sui quali avviare il confronto e tentare aggregazioni. A cominciare dal concetto di Europa, per completarne l’integrazione politica. In secondo luogo ritrovare nei dettati della nostra Costituzione una nuova alleanza per salvaguardare la democrazia rappresentativa, diminuire le disparità e le povertà, aumentare i diritti, favorire l’integrazione, la scuola pubblica, la giustizia sociale, una politica redistributiva e soprattutto il diritto al lavoro sul quale essa si fonda. Tener conto, infine, che il Sud si sta definitivamente staccando dal resto d’Italia, soprattutto per colpa loro! Come non si può concordare con Galli Delle Loggia, ripreso dall’editoriale di ieri di Eugenio Scalfari che “l’addio al Mezzogiorno prima che culturale è stato ideologico e politico”?

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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